Tagli agli aiuti, oltre 8 milioni di rifugiati rischiano di restare senza assistenza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quasi 8,3 milioni di rifugiati, sfollati interni e apolidi rischiano di perdere l’accesso ad aiuti e servizi essenziali a causa della crisi dei finanziamenti che sta colpendo l’assistenza umanitaria internazionale. L’allarme è stato lanciato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) attraverso il rapporto “Protection Eroded: The Human Cost of Underfunding”, dedicato alle conseguenze della riduzione delle risorse destinate alla protezione delle persone costrette a lasciare le proprie case.

La crisi dei fondi mette sotto pressione i sistemi di protezione

Secondo l’UNHCR, la diminuzione delle disponibilità economiche sta portando diversi programmi al limite operativo, con il rischio di interrompere attività fondamentali per milioni di persone vulnerabili. La direttrice delle relazioni esterne dell’agenzia, Dominique Hyde, ha spiegato che oltre una certa soglia i sistemi di protezione non riescono semplicemente a ridurre i servizi, ma possono arrivare a non funzionare più.

Il problema riguarda anche la capacità dell’organizzazione di rispondere alle emergenze mentre cresce il numero delle persone sottoposte al suo mandato. L’UNHCR ha segnalato una forte carenza di finanziamenti, con un divario economico che limita gli interventi in settori come la registrazione dei rifugiati, la tutela dei minori e il sostegno alle vittime di violenza di genere.

Tra gli effetti già registrati ci sono riduzioni del personale, chiusure di uffici e una minore flessibilità nella gestione delle risorse. Una quota crescente delle donazioni risulta infatti destinata a impieghi specifici, rendendo più difficile spostare fondi verso le aree dove le necessità diventano più urgenti.

La storia di Hala e il ritorno in una Siria ancora segnata dalla guerra

La crisi degli aiuti emerge anche nelle storie individuali delle persone che cercano di ricostruire la propria vita dopo anni di fuga. Hala è tornata nel suo villaggio vicino a Damasco dopo 12 anni trascorsi in esilio forzato in Egitto, dove aveva cresciuto i nipoti rimasti orfani durante il conflitto. Il rientro, però, non ha corrisposto all’immagine di una casa ritrovata: l’abitazione era distrutta, senza porte, finestre ed elettricità.

Il suo racconto descrive una delle difficoltà principali dei rimpatri: il ritorno nei luoghi di origine non coincide automaticamente con il ripristino delle condizioni di vita precedenti. Per molte persone sfollate, la mancanza di infrastrutture, servizi e sostegni economici rende complesso ripartire dopo anni lontano dalla propria abitazione.

Rimpatri forzati e nuove emergenze aggravano la pressione

La riduzione degli aiuti arriva mentre diversi Paesi affrontano nuovi movimenti di popolazione. L’UNHCR ha evidenziato conseguenze particolarmente gravi in aree come il Ciad, dove i ritardi nella registrazione delle persone in fuga dal Sudan stanno creando ostacoli nell’accesso alla protezione. Anche in Sudan alcune procedure per richiedenti asilo e rifugiati sono state rallentate a causa delle difficoltà operative.

Situazioni critiche riguardano anche l’Afghanistan, dove molte persone sono rientrate nel Paese dopo espulsioni o ritorni dai Paesi vicini, con un sostegno economico ridotto rispetto al passato. La pressione sui sistemi di accoglienza cresce mentre le organizzazioni umanitarie devono operare con risorse inferiori rispetto alle necessità evidenziate sul campo.

L’agenzia delle Nazioni Unite ha già adottato misure di contenimento dei costi, dopo aver ridotto il proprio organico e chiuso strutture operative in varie aree del mondo. Tra le conseguenze segnalate figurano anche difficoltà nel garantire spazi sicuri e programmi di prevenzione per donne e ragazze esposte al rischio di violenze.

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