Tajani al Meeting di Rimini: "Extraprofitto parolaccia da Urss, contrarissimo a nuove tasse"
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Redazione Interno
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Una presa di posizione netta, senza mezzi termini, quella che arriva dal Meeting di Rimini, dove il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ha scelto di alzare il muro contro qualsiasi ipotesi di tassazione sugli extraprofitti.
Intervenuto a margine dell'evento riminese, il vicepremier non ha usato giri di parole nel definire la sua posizione, ricorrendo a un'immagine forte che rimanda direttamente al passato: l'idea di un prelievo forzato sugli utili delle aziende, a suo avviso, sa troppo di Unione Sovietica e di un'economia pianificata che non ha nulla a che fare con i principi del libero mercato.
La replica a Salvini e il no al "contributo" da banche ed energetici
Le dichiarazioni di Tajani giungono a poche ore dalle sollecitazioni arrivate dallo stesso palco del Meeting, dove il collega vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, aveva riacceso il dibattito sulla necessità di chiedere un "contributo" ai grandi istituti di credito e alle aziende del settore energetico. Un'eventualità che Tajani respinge al mittente con fermezza, tanto da confessare, quasi con un tono provocatorio, che la sola parola "tasse" gli provoca orticaria. "Non esiste il diritto all'extra-profitto", ha scandito il ministro, "è una parolaccia, non voglio sentirla nominare".
Per il leader azzurro, il punto nodale è la discrezionalità: chi stabilisce il confine tra un profitto lecito e uno eccedente? La sua risposta è secca, affidata al ruolo del mercato che, secondo la sua visione, deve restare l'unico arbitro sovrano.
Il mercato come sovrano e il no al risiko bancario
La difesa del libero mercato, per Tajani, non si ferma alla fiscalità ma si estende anche alle dinamiche del sistema creditizio, in particolare a quelle che riguardano le operazioni di aggregazione e le scalate bancarie. Interrogato sulla posizione espressa da Salvini in merito al futuro di Monte dei Paschi di Siena e alla contrarietà verso uno "spezzatino" dell'istituto senese, il ministro degli Esteri ha tracciato una linea chiara: la politica deve restare fuori dal risiko bancario.
"Non tocca al governo, non tocca alla politica infilarsi in queste partite", ha affermato, ribadendo che il compito dell'esecutivo è esclusivamente quello di dettare le regole e vigilare sul loro rispetto, senza invadere il campo delle scelte imprenditoriali e finanziarie. Un richiamo alla separazione dei ruoli che arriva in un momento di particolare fermento per il settore, dove le voci di possibili fusioni e acquisizioni si rincorrono con insistenza.
L'iperbole di Tajani e il confronto con il passato sovietico
L'accostamento tra la tassazione sugli extraprofitti e l'Unione Sovietica rappresenta la cifra più polemica dell'intervento di Tajani, che non ha esitato a utilizzare l'iperbole per sottolineare il suo dissenso. "Mi sa molto di Unione Sovietica", ha ripetuto il vicepremier, quasi a voler suggellare un concetto che considera antitetico alla cultura liberale di Forza Italia.
In questa cornice, il leader azzurro ha comunque aperto un piccolo spiraglio alla collaborazione, specificando che deve esserci spazio per un confronto concordato in momenti di difficoltà, magari chiedendo un contributo alle aziende del settore. Ma ha ribadito con forza che la parola extraprofitto non deve essere utilizzata, né tantomeno tradotta in un provvedimento normativo.
Una presa di distanza netta che riporta al centro del dibattito politico il tema della giustizia sociale e del rapporto tra Stato ed economia, con Tajani che rivendica la centralità del mercato come unico motore in grado di determinare il giusto valore delle cose.
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