Lavoro, salari in crescita e meno attese per i rinnovi: segnali di stabilizzazione
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Redazione Economia
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Nel corso dei primi tre mesi del 2026, l’Istituto nazionale di statistica ha registrato un incremento delle retribuzioni contrattuali orarie pari al 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un dato che, se letto in controluce rispetto all’inflazione media annua ferma all’1,4%, consegna al mercato del lavoro italiano un margine di respiro reale che non si vedeva da tempo. Eppure, questa fotografia a sviluppo graduale – lo si evince dalle tabelle diffuse dall’ente – cela al proprio interno disparità significative: i dipendenti della Pubblica Amministrazione hanno infatti beneficiato di un aumento tendenziale del +3,2%, mentre i colleghi del settore privato (sia nell’industria che nei servizi) si sono dovuti accontentare di un +2,3%, che comunque supera la soglia inflattiva, ma senza raggiungere i picchi registrati in comparti specifici come l’energia e l’estrazione mineraria.
A dispetto di questi numeri incoraggianti, che dimostrano una tenuta della capacità d’acquisto – perlomeno su base annua – il quadro complessivo rimane segnato da profonde cicatrici economiche, dove il potere d’acquisto complessivo degli stipendi, se rapportato ai livelli pre-pandemia del 2021, arretra ancora di quasi otto punti percentuali. La fotografia scattata dall’Istat ci restituisce una realtà di luci e ombre: se da un lato la crescita dei salari (che ormai da tre trimestri consecutivi viaggia sotto la soglia psicologica del 3%) accenna a una stabilizzazione, dall’altro il numero dei lavoratori in attesa di un adeguamento contrattuale resta drammaticamente alto. Basti pensare che, alla fine di marzo, risultavano ben 29 i contratti collettivi scaduti, una situazione che coinvolge circa 4,1 milioni di dipendenti, di cui oltre 2,8 milioni gravitano proprio nell’universo della Pubblica Amministrazione, un settore dove – nonostante gli annunci governativi – la coperta delle intese sembra essere ancora corta.
Se si osserva il meccanismo dei rinnovi, emerge un miglioramento strutturale non trascurabile: il tempo medio di attesa per chi ha il contratto scaduto si è ridotto sensibilmente, passando dai 23,1 mesi del marzo 2025 ai 14,9 attuali, un segnale che il disagio accumulato negli anni post-pandemia inizia lentamente a smobilitare. Tuttavia, rimane il fatto che oltre un occupato su tre è ancora in attesa di vedere riconosciuti economicamente i propri diritti, un’enorme fetta di manodopera che né il governo né le controparti sociali hanno finora saputo agganciare con provvedimenti risolutivi. Ed è proprio in questo contesto di attesa generalizzata, dove le parti sociali tentano di recuperare il terreno perduto, che si inserisce la scelta dell’esecutivo di privilegiare le tesi di Confindustria nella gestione dei tempi e delle modalità dei rinnovi, una scelta che spiega in parte perché ancora oggi quasi 4 milioni di lavoratori restano in un limbo economico senza adeguamenti retroattivi automatici.




