: Il giorno in cui una frase di Trump ha spostato i mercati, tra petrolio a 150 dollari e il rischio di una recessione globale
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Redazione Economia
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Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che una sola frase pronunciata da un presidente — vera o falsa che sia — ha spostato miliardi di dollari in Borsa nel giro di un’ora. Benvenuti nel 24 marzo 2026, una giornata in cui la geopolitica globale ha accelerato come un treno in corsa, trascinando con sé petrolio, missili, sottomarini e persino un’app per il fitness che ha tradito la posizione di una portaerei francese. A innescare il tutto è stata l’ennesima mossa a sorpresa di Donald Trump: il rinvio dei raid programmati contro la rete elettrica iraniana, giustificato con la promessa di colloqui “produttivi” con alti funzionari di Teheran. I mercati, come un organismo vivente che reagisce allo stimolo, hanno invertito la rotta in pochi minuti: il Brent è arretrato di circa il 10%, sfiorando i 95 dollari al barile, mentre il gas europeo al Ttf è sceso a 56 euro per Megawattora, con un calo del 5,4%. Ma quella che sembrava una boccata d’ossigeno si è rivelata, almeno secondo le fonti ufficiali iraniane, un’illusione ottica.
Il doppio gioco della diplomazia e le dichiarazioni che muovono il barile
L’annuncio di Trump, arrivato in un momento di forte pressione per la sua amministrazione con i sondaggi che lo inchiodano al 36% di gradimento, è stato accolto con scetticismo e aperta derisione da Teheran. Mohammad Baqer Qalibaf, una figura chiave del parlamento iraniano, ha definito la mossa un tentativo goffo di manipolare i mercati finanziari, smentendo categoricamente l’esistenza di qualsiasi negoziato diretto. Un portavoce militare iraniano ha aggiunto, con una durezza che lascia poco spazio a interpretazioni, che “chi si autoproclama superpotenza globale si sarebbe già tirato fuori da questo pasticcio se avesse potuto”, accusando Washington di mascherare una sconfitta strategica come un accordo diplomatico. Dietro le quinte, tuttavia, fonti europee e pakistane rivelano un’intensa attività di mediazione condotta da Egitto, Pakistan e Stati del Golfo, con la possibilità di colloqui ufficiali a Islamabad già in questa settimana. Una diplomazia parallela, quella dei telefoni accesi tra capitali diverse, che cerca di evitare che lo Stretto di Hormuz si trasformi in un’esclusiva cassa di risonanza militare.
L’allarme di BlackRock: uno scenario a due velocità tra pace e recessione
Se il prezzo del petrolio dovesse schizzare fino a 150 dollari al barile, trascinando con sé il rischio concreto di una nuova recessione mondiale, lo scenario non è più solo un’ipotesi da analisti ma un’eventualità concreta per Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock. Il numero uno del più grande gestore patrimoniale del mondo, con 14 trilioni di dollari in gestione, ha tracciato due scenari estremi in un’intervista alla BBC: da un lato, una de-escalation che permetta all’Iran di rientrare nell’economia globale potrebbe riportare il petrolio sotto i livelli pre-conflitto; dall’altro, un prolungato stallo porterebbe a “anni di greggio sopra i 100 dollari, vicino ai 150”, con conseguenze profonde per l’economia mondiale. Fink descrive l’aumento dei costi energetici come una “tassa estremamente regressiva” che colpisce i più poveri più dei ricchi, e sottolinea come un eventuale shock prolungato potrebbe accelerare la transizione energetica, spingendo i governi a correre verso il solare e l’eolico come unica via di fuga dalla dipendenza.
Hormuz bloccato e la trasmissione della crisi all’economia reale
Lo Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il transito di circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, è tornato a essere il collo di bottiglia dell’energia mondiale, e gli effetti si stanno già riversando sull’economia reale ben prima di arrivare alla pompa di benzina. In Italia, come riporta Il Sole 24 Ore, il rimbalzo dei mercati non significa che il pericolo sia rientrato: il taglio delle accise varato dal governo si sta consumando più in fretta del previsto, con il gasolio medio a 1,976 euro al litro e la benzina a 1,717, mentre le proiezioni della Bce parlano di uno choc più severo e persistente che potrebbe spingere il petrolio fino a 145 dollari. Non solo carburanti: il presidente di Legacoop, Simone Gamberini, ha annunciato aumenti sugli scaffali dei supermercati tra il 7% e il 15% dopo Pasqua, perché tutte le navi che devono portare materie prime in Europa, costrette a bypassare il Mar Rosso passando per il Sudafrica, mettono in pista almeno 15 giorni in più di navigazione a pieno carico. Un costo logistico che ricade sul carrello della spesa e sulle imprese, mentre nel settore aereo il jet fuel è raddoppiato dall’inizio delle ostilità, con le compagnie che perdono miliardi e si preparano ad aumentare le tariffe.
L’incertezza come unico dato certo
Mentre i riflettori sono puntati sulle flotte militari e sulla possibilità di un negoziato, Goldman Sachs ha alzato le previsioni sull’inflazione PCE per dicembre 2026 al 3,1%, stimando una probabilità del 30% di una recessione. L’analisi della banca d’affari sottolinea come l’essenziale dell’impatto sull’inflazione americana proverrà proprio dalla componente energetica, e come un prolungamento delle interruzioni per dieci settimane potrebbe spingere il Brent a superare il record storico del 2008. In questo quadro di incertezza, la frase pronunciata da Trump – che i mercati avevano interpretato come una svolta – rischia di rivelarsi solo un’illusione tattica. Il presidente americano, secondo alcune fonti, starebbe cercando di guadagnare tempo in attesa dell’arrivo di rinforzi militari in Medio Oriente entro il weekend, con l’obiettivo di mettere le mani sull’isola di Kharg e assicurarsi il controllo dello Stretto. Se fallirà il negoziato – e l’arco di cinque giorni appare troppo ristretto per colmare le distanze – l’atteggiamento ondivago della Casa Bianca lascia presagire una nuova, pericolosa fase di scontro.




