Tucker Carlson si scusa per aver spinto gli elettori verso Trump: «Ne sono tormentato»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ex volto di punta di Fox News, che per anni ha rappresentato la cassa di risonanza più potente del movimento Maga, ha pubblicamente rotto gli indugi. Tucker Carlson, intervistando suo fratello Buckley nel corso del suo podcast andato in onda lunedì scorso, ha dichiarato di sentirsi «tormentato» per aver convinto milioni di americani a sostenere la rielezione di Donald Trump. «Ne saremo tormentati a lungo – ha detto rivolgendosi al fratello, ex speechwriter dell’attuale amministrazione –. Io lo sarò. E voglio chiedere scusa per aver fuorviato le persone». Una confessione, questa, che arriva dopo settimane di attacchi frontali da parte del giornalista contro la gestione della guerra in Iran, un conflitto che ha evidenziato una frattura insanabile all’interno dell’elettorato di destra. Le sue parole non sono state un lapsus o un commento estemporaneo, bensì il culmine di un progressivo allontanamento da colui che Carlson stesso aveva contribuito a riportare alla Casa Bianca.

Il mea culpa e la responsabilità diretta nel conflitto in Iran

Nel dettaglio, Carlson ha analizzato con il fratello il loro ruolo attivo nella macchina mediatica che ha favorito il ritorno del tycoon a Washington. «Non basta dire “ho cambiato idea” oppure “questa situazione è brutta, io me ne vado” – ha spiegato l’opinionista –. In modi molto piccoli ma reali, io, tu e milioni di persone come noi siamo la ragione per cui tutto questo sta accadendo proprio ora». Un riferimento chiaro all’escalation militare contro Teheran, iniziata alla fine di febbraio, che Carlson ha più volte definito «ripugnante sotto ogni punto di vista». La presa di coscienza pubblica dell’ex anchorman include quindi un passaggio fondamentale: l’ammissione di aver sbagliato nel fare da megafono a Trump, quasi come se la sua influenza mediatica fosse stata la miccia di una politica estera che oggi non condivide. E mentre Carlson parlava di «rimorso» e «coscienza», la reazione del presidente non si è fatta attendere.

La controffensiva di Trump tra insulti e liste di epurazione

L’inquilino della Casa Bianca ha risposto a muso duro, come suo solito, ricorrendo a quei toni diretti e dispregiativi che tanto piacciono alla sua base più fedele. Attraverso il suo social network, Trump ha ribattezzato Carlson una «persona con un QI basso», aggiungendo che l’ex conduttore è «sempre stato facile da battere ed è decisamente sopravvalutato». In un post precedente, arrivato già due settimane fa, il presidente aveva suggerito a Carlson di «consultare un buon psichiatra», definendolo uno «sciocco maldestro» che non è più lo stesso da quando è stato cacciato da Fox News. Ma la mossa più significativa – e potenzialmente più dannosa per il fronte Maga – è stata l’annuncio della creazione di una «lista di autentici sostenitori»; un meccanismo, insomma, per distinguere i lealisti dai cosiddetti traditori, come se all’interno del movimento si stesse consumando una vera e propria inquisizione.

L’isolamento crescente dei dissidenti e la solidarietà dei fratelli Carlson

Non si tratta di un caso isolato, né di una semplice scaramuccia tra due egocentrici. Come sottolineato dallo stesso Carlson nel podcast con il fratello, l’ombra del rimorso si allunga su molti di coloro che lavorarono attivamente per la campagna del 2024. Buckley Carlson, dal canto suo, si è spinto oltre, ventilando l’ipotesi dell’applicazione del Venticinquesimo Emendamento per dichiarare il presidente inabile – una suggestione estrema, che dimostra quanto sia profondo il solco tra l’amministrazione e i suoi ex alleati mediatici. Del resto, Carlson non è il solo ad aver voltato le spalle al tycoon nelle ultime settimane: la teorica del complotto Alex Jones e l’ex deputata Marjorie Taylor Greene hanno chiesto la rimozione di Trump, mentre l’influencer Candace Owens ha definito l’esecutivo «satanico». Tutti costoro, un tempo osannati dalle folle Maga, si ritrovano ora nel mirino di una presidenza che non tollera sgarri.

Le parole di Carlson suonano come una boccata d’ossigeno per gli oppositori del presidente, ma rappresentano soprattutto la crepa più eclatante nel monolite mediatico che ha permesso a Trump di riconquistare lo studio ovale. Una crepa, questa, destinata ad allargarsi ulteriormente man mano che le conseguenze del conflitto in Iran si faranno sentire sulle coscienze (e sui conti in banca) degli elettori.

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