Il ritorno di Andy Sachs vent’anni dopo: Anne Hathaway e quel personaggio che non è più la stessa
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Ci sono trasformazioni che il tempo, con la sua impassibile cesellatura, riesce a rendere invisibili agli occhi distratti, ma che diventano improvvise quando un personaggio torni a indossare un paio di scarpe col tacco e a camminare per uffici che profumano ancora di carta patinata. Vent’anni sono passati da quando Andy Sachs, fresca di laurea e ingenua come poche, varcava la soglia della «Runway» con un maglione di lana verde e l’incoscienza di chi non sa ancora cosa significhi avere Miranda Priestly davanti. Anne Hathaway, che quella ragazza l’ha interpretata e in un certo senso vissuta, afferma oggi – a ridosso dell’uscita de «Il diavolo veste Prada 2» – che lei e Andy sono cambiate entrambe in un aspetto fondamentale, quasi strutturale, senza però mai specificare quale sia l’esatta natura di questo scarto interiore. E forse, proprio nel non dirlo, sta il nocciolo della questione.
L’attrice, oggi come allora amatissima sul grande schermo, torna dunque a essere quella giovane assistente diventata redattrice, ma con una consapevolezza diversa: non si tratta più, a ben vedere, di un semplice sequel generazionale, bensì di una sorta di controfigura evolutiva di sé stessa. «Il diavolo veste Prada 2» sfida apertamente il tempo che passa, mettendo in scena ciò che resta quando tutto attorno crolla o si rimodella. E a giudicare dai primi numeri – 8,2 milioni di dollari in tre soli giorni di programmazione negli Stati Uniti – il pubblico sembra aver voglia di questo confronto impietoso con gli specchi del proprio passato.
Miranda, le rughe e la paura di mostrarsi autentica
Se Andy è mutata, non si può certo dire che Miranda Priestly se ne stia immobile. Il diavolo, ci ricordano i frammenti di trama che circolano, resta ma cambia pelle: è più cattivo, ma anche più vulnerabile; più spietato, ma più autentico. Meryl Streep, che quel personaggio lo ha trasformato in icona assoluta, riprende la sua creatura con addosso il peso di due decenni. Abiti di lusso, sfilate, ritmi insostenibili – tutto questo c’è ancora – ma con qualche capello in meno e le rughe che scavano un volto che non chiede più solo obbedienza, ma forse, implicitamente, comprensione. Miranda arranca, si dice, ma non molla. Ha paura, e non ha timore di mostrarlo. Ed è proprio questa crepa nell’armatura a rendere il sequel qualcosa di diverso da una semplice operazione nostalgia.
La coda a Milano per «Runway»: quando un oggetto immaginario diventa reale
Non solo schermi e sale buie. C’è un’altra storia, laterale eppure rivelatrice, che accompagna l’uscita del film. Milano, ore nove del mattino. Davanti all’edicola temporanea in piazza Giovine Italia, le code sono lunghe, costanti, quasi rituali. Non si tratta, occorre precisarlo, di una sfilata né di uno di quei sample sale di cui si parla a mezza voce tra addetti ai lavori. La folla attende di mettere le mani su un numero di «Runway», la rivista fictiva che nel film fa da scenario alle angherie e alle genialità di Miranda Priestly. Un’operazione di lancio costruita con intelligenza, questa: trasformare un oggetto immaginario in qualcosa di tangibile, di acquistabile, di collezionabile.
Dal 29 aprile, l’edicola provvisoria non ha conosciuto pause. E la cosa, per chi osserva il fenomeno da fuori, dice molto più di un semplice dato di marketing. È anche esperienza, viene spiegato dai promotori. E Milano, si sa, vive per queste cose: per la fila come rito, per l’attesa come atto preparatorio, per l’illusione di toccare con mano un universo che dovrebbe restare sullo schermo. «Runway», ancora in coda, diventa così il manifesto di un’epoca in cui i confini tra finzione e realtà si assottigliano fino quasi a sparire.
Abbigliamento, potere e quel patto silenzioso con chi guarda
Vent’anni fa, «Il diavolo veste Prada» raccontava il prezzo dell’ambizione e la scomparsa – o forse solo l’addormentamento – dell’etica personale di fronte alla promessa del successo. Oggi, nel secondo capitolo, sembra aggiungersi un altro strato: che cosa resta di te quando gli anni ti hanno tolto la scusa della giovinezza? Anne Hathaway, nel parlarne, evita con cura qualsiasi conclusione morale, e fa bene. Perché la forza del personaggio di Andy Sachs, allora come oggi, sta nella sua capacità di non essere mai completamente eroina né completamente vittima. È una donna che ha sbagliato scelte, ne ha fatte altre, e ora si guarda indietro con lo stesso misto di tenerezza e orrore con cui chiunque, dopo vent’anni, riguarda le fotografie del primo impiego.
Non ci sono giudizi, in questo ritratto. Né speculazioni su dove la porterà la sceneggiatura. I fatti sono questi: un sequel uscito, incassi significativi, un’attrice che ammette un cambiamento profondo e parallelo con la sua creatura, una città come Milano che trasforma una rivista di finzione in un evento reale. Il resto, per ora, è silenzio. O forse, semplicemente, il tempo che continua a passare – senza chiedere il permesso a nessuno.




