Milano, la cocaina nelle fognature tocca il record e cresce la ketamina
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Redazione Esteri
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Il respiro di una città, si sa, non si coglie solo nelle sue piazze o nei suoi palazzi del potere; talvolta, anzi sempre più spesso, si misura in laboratorio, scorrendo nei canali che ne attraversano silenziosamente il sottosuolo. È dalle viscere di Milano, dal grande depuratore di Nosedo, nella periferia Sud-Est, che arriva l’ultimo, inequivocabile, referto sullo stato di salute—o sullo stato di alterazione—dei suoi abitanti. Le analisi condotte dall’Istituto Mario Negri, uno dei centri di ricerca più accreditati sul fronte tossicologico, restituiscono una fotografia nitida: la cocaina, sostanza che continua a viaggiare a ritmi quasi industriali nelle acque reflue del capoluogo lombardo, ha raggiunto livelli record, confermando Milano come una delle capitali europee del consumo di polvere bianca.
Il depuratore come specchio di un consumo senza sosta
Il dato, lungi dall’essere una mera percezione sociale, acquisisce valore scientifico proprio grazie al metodo di rilevazione: l’analisi delle acque reflue, uno strumento che l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze utilizza ormai con sistematicità per aggirare le distorsioni dei sondaggi o le sottostime legate al sommerso. Nel caso specifico di Nosedo, considerato un punto di osservazione strategico per la sua capacità di intercettare lo scarico di una vasta fetta della metropoli, il campionamento rivela non solo la persistenza del fenomeno, ma la sua progressione. A far compagnia alla cocaina, in questo quadro, emergono con chiarezza altre sostanze: la ketamina, il cui utilizzo appare in netta crescita tra i flussi notturni, e l’Mdma, che trova nei picchi concentrati del fine settimana il suo momento di massima espansione.
Cannabis in calo, amfetamine residuali
Se il consumo di cocaina e delle cosiddette “droghe da party” segna il passo in avanti, il medesimo campione racconta anche un’inversione di tendenza per quanto riguarda la cannabis. I derivati della pianta, tradizionalmente considerati gli stupefacenti più diffusi nei consumi giovanili, mostrano una lieve flessione—un dato che, messo in parallelo con l’esplosione della cocaina, suggerisce forse una mutazione del gusto o delle disponibilità economiche degli acquirenti. Diverso il discorso per amfetamina e metamfetamina, sostanze che, pur essendo presenti nelle acque milanesi, si attestano su livelli stabili e decisamente più contenuti rispetto a quelli registrati nei Paesi del Nord Europa, dove il loro impiego ha assunto caratteri di vera e propria emergenza sanitaria. È insomma una geografia del consumo che si delinea, con Milano che sceglie i propri eccitanti prediletti in modo sempre più marcato.
La concentrazione dei picchi e l’analisi degli esperti
Un elemento di ulteriore interesse, emerso dalla rilevazione dell’Istituto Mario Negri, riguarda la temporalità del consumo. Il flusso degli stupefacenti nel collettore non è costante, ma subisce variazioni significative che tracciano i ritmi della vita cittadina: sono i fine settimana a registrare le concentrazioni più elevate, confermando—se mai ce ne fosse bisogno—come l’alterazione chimica rappresenti per molti un rito associato al tempo libero, alla socialità notturna e, probabilmente, a un tentativo di decompressione dalle tensioni settimanali. È in questo contesto che si inserisce il lavoro del tavolo tecnico delle Dipendenze in Lombardia, un organismo che monitora costantemente questi dati per cercare di leggere, attraverso la chimica delle acque, le trasformazioni delle abitudini. La società milanese, a giudicare da quanto scorre sotto i suoi marciapiedi, appare una società che necessita di sostanze per modulare la propria resistenza e il proprio piacere, con la cocaina che, ormai, sembra essersi sdoganata ben oltre i tradizionali confini della notte.
Dal laboratorio all’inchiesta giudiziaria
Se i dati delle acque reflue disegnano il quadro epidemiologico del consumo, essi rappresentano anche, per gli inquirenti, una sorta di cartina tornasole del volume di affari che alimenta le piazze di spaccio. Livelli record di cocaina nelle fognature non parlano solo di una domanda in crescita, ma suggeriscono altrettanto necessariamente una catena di approvvigionamento che continua a funzionare, impermeabile a molti degli interventi repressivi messi in campo. I riscontri scientifici, in questo senso, si intrecciano con le inchieste di cronaca giudiziaria che periodicamente scoprono depositi ingenti, spesso occultati in abitazioni periferiche o in locali della movida, pronti a rifornire un mercato che, stando ai dati di Nosedo, non accenna a rallentare. È un circolo vizioso che si autoalimenta, in cui l’evidenza scientifica del consumo e l’indagine sul campo sembrano correre su due binari paralleli, incontrandosi solo per certificare, alla fine, la resilienza di un fenomeno che Milano, nonostante i proclami, fatica a contenere.




