Scatta l'allarme sul vino: il made in Italy rischia di perdere terreno
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Redazione Interno
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L’aumento dei dazi statunitensi sul vino europeo, annunciato dall’amministrazione Trump, ha acceso un dibattito urgente tra i produttori italiani, riuniti a Casa Coldiretti per valutare le possibili contromisure. Con un export verso gli Stati Uniti che vale circa 2 miliardi di euro, il settore teme ripercussioni gravi in un momento già segnato da difficoltà di mercato e cambiamenti nei consumi.
«Partiamo dal fatto che il mercato sta vivendo una fase complicata, indipendentemente dai dazi», ha spiegato Pallini di Vinitaly, sottolineando come il 2025 si sia aperto con segnali negativi, legati anche al calo della domanda interna. Le nuove norme sul codice della strada, che hanno influito sulla percezione del consumo di alcol, hanno ulteriormente aggravato la situazione. «Non ci voleva Trump per rendere tutto più difficile», ha aggiunto, lasciando intendere che la ricerca di alternative commerciali diventa una priorità.
Tra le realtà più esposte c’è quella dei vini doc del Vesuvio, il cui consorzio, guidato da Ciro Giordano, ammette preoccupazione ma non cede al pessimismo. «Gli Stati Uniti hanno un peso specifico nella nostra produzione», ha dichiarato, riferendosi all’impatto diretto dei dazi. Tuttavia, la forza del brand sembra offrire un margine di resistenza. «Il nostro prodotto regge», ha insistito, pur senza nascondere le incognite legate a una guerra commerciale che rischia di penalizzare soprattutto le eccellenze.
Una posizione condivisa da Marzia Varvaglione, neo-eletta rappresentante degli imprenditori europei del vino, che invita a un approccio unitario. «Il contraccolpo sarà forte, ma serve realismo, non scontri frontali», ha affermato, ricordando come anche i consumatori americani subiranno gli effetti di queste misure. La sua esperienza nel mondo dello sport, dove ha militato nel Cras Taranto, le ha insegnato che le crisi si affrontano con strategia, non con reazioni impulsive.




