L’intelligenza artificiale e quel cortocircuito tra assunzioni e algoritmi
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Redazione Economia
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La tecnologia, si sa, ha sempre modificato il modo di lavorare; ciò che oggi appare inedito, tuttavia, è la velocità – quasi vertiginosa – con cui il cambiamento sta sovvertendo abitudini e processi consolidati. I recenti progressi dell’Intelligenza Artificiale, spingendo le macchine a simulare ragionamenti un tempo esclusivamente umani, stanno trasformando il mercato del lavoro a un ritmo che molte organizzazioni, e le persone stesse, faticano a metabolizzare. Da un lato, si materializza l’antica contrapposizione teorizzata da Umberto Eco, quella tra apocalittici e integrati, che puntualmente riemerge a ogni salto tecnologico: le ondate di licenziamenti annunciate dalle grandi ration statunitensi, le quali tagliano centinaia di migliaia di posti a causa dell’impiego massiccio di modelli generativi, sembrerebbero alimentare il timore di un futuro distopico. Eppure, a guardare i numeri e le dinamiche emergenti, l’IA non si profila come un’apocalisse ma piuttosto come una cesura strutturale, capace di ridisegnare domanda e offerta in modo selettivo e talvolta paradossale.
Infrastrutture fisiche e nuovi profili tecnici
La corsa dell’intelligenza artificiale, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non consuma soltanto bit e dati: richiede enormi infrastrutture fisiche, dalle colossali centrali di calcolo alle reti elettriche potenziate. A partire dal 2022, con l’adozione su larga scala dell’IA generativa, è cresciuta in modo esponenziale la domanda di figure professionali molto concrete – tecnici specializzati nella costruzione dei data center, esperti nell’aggiornamento delle reti energetiche, manutentori di apparati hardware. Ne dà conto Paola Passoni, responsabile di un importante gruppo nel settore delle risorse umane, sottolineando come proprio questi ruoli, lungi dall’essere cancellati, siano invece diventati centrali. Non si tratta, quindi, di una semplice sostituzione dell’uomo con la macchina: l’espansione dell’IA genera, di fatto, un fabbisogno nuovo di competenze tecniche, spesso manuali e ad alta specializzazione, che molte aziende faticano ancora a prevedere nei loro piani strategici.
Selezione del personale: il filtro invisibile degli algoritmi
Vi è poi un altro versante, più insidioso e meno discusso, che riguarda i processi di assunzione. Oggi oltre l’80% dei responsabili del personale utilizza in modo massiccio l’intelligenza artificiale per vagliare le candidature: un filtro iniziale, rapido e impersonale, che esamina curriculum e lettere di presentazione senza alcuna sfumatura emotiva. Cresce, di conseguenza, il malessere di chi cerca lavoro, costretto a confrontarsi con procedure sempre più fredde, automatizzate e – viene da dire – prive di quella capacità d’intuizione squisitamente “organica” che solo un selezionatore umano può possedere. Il paradosso è evidente: da un lato si decanta l’efficienza dell’algoritmo, dall’altro si registra una diffusa sensazione di scoraggiamento tra i candidati, i quali si sentono ridotti a dati elaborati in frazioni di secondo.
Il colloquio con la macchina e la memoria di Blade Runner
Un episodio, tra i tanti, restituisce bene il clima attuale. David Gwynn, un barman di 37 anni residente a Londra, non avrebbe mai immaginato che la sua ricerca di un impiego nel settore dell’ospitalità lo avrebbe portato a confrontarsi con una macchina. Durante una selezione, si è trovato di fronte a un robot – o meglio, a un sistema automatizzato – che lo ha intervistato. «È stato scoraggiante», ha raccontato, descrivendo un’esperienza priva di qualsiasi scambio umano, di quelle piccole intuizioni che permettono a un selezionatore di cogliere attitudini, passioni o semplicemente la sincerità di una risposta. L’ombra di “Blade Runner”, dove i replicanti venivano smascherati da test emotivi, sembra quasi rovesciarsi: oggi è l’umano a sentirsi giudicato da una macchina che non possiede né empatia né contesto. Resta, sullo sfondo, una domanda aperta su quanto questo modello di selezione, efficiente ma asettico, possa davvero valorizzare le persone o finisca, invece, per escludere proprio chi non si conforma a parametri prefissati.




