Il Senato approva la definizione che mette sotto accusa la solidarietà con la Palestina
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Redazione Interno
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Un passaggio parlamentare che lascerà il segno, e non solo per i numeri dell’aula. Palazzo Madama ha dato il via libera definitivo al disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo, un provvedimento che adotta in via normativa la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. Il testo, che ora passa all’esame della Camera, è stato votato da 105 senatori, mentre 24 sono stati i contrari e 21 gli astenuti. Il dato politicamente più rilevante, al di là del compatto sostegno delle forze di maggioranza a cui si sono aggiunti Italia Viva e Azione, risiede nella spaccatura profonda che ha attraversato il Partito democratico, con sei esponenti dell’area riformista – fra cui Graziano Delrio, Walter Verini e Pier Ferdinando Casini – che hanno scelto di votare a favore rompendo l’indicazione del gruppo, fermo sull’astensione.
Il cuore della controversia, e non potrebbe essere altrimenti, risiede nell’articolo 1 del ddl, quello che recepisce la definizione dell’IHRA corredata dai suoi undici esempi, sette dei quali riguardano direttamente lo Stato di Israele. Si tratta di una scelta che era stata contestata da giuristi ed esperti delle Nazioni Unite, i quali da tempo mettono in guardia contro l’uso strumentale di questa griglia interpretativa, sostenendo che nella sua applicazione concreta essa tenda a cancellare il confine – sottile ma decisivo – tra l’antisemitismo, che è odio razziale, e la critica politica alle azioni di un governo, in questo caso quello israeliano. La definizione, che include tra i suoi indicatori la negazione al popolo ebraico del diritto all’autodeterminazione o l’applicazione di due pesi e due misure nei confronti di Israele, è stata denunciata da numerose organizzazioni per i diritti umani come uno strumento che, di fatto, finisce per mettere sotto accusa la solidarietà con la causa palestinese, trasformando qualsiasi denuncia delle politiche di Gerusalemme in un potenziale sospetto di antisemitismo.
La spaccatura politica e il voto dei democratici
Il percorso che ha portato al voto di ieri è stato segnato da tensioni e tentativi di mediazione naufragati. Il Partito democratico, assieme al Movimento 5 Stelle e ad Alleanza Verdi Sinistra, aveva presentato emendamenti per sostituire la definizione IHRA con quella successiva di Gerusalemme, ritenuta più precisa e meno ambigua nel distinguere la critica legittima dall’odio antisemita. La richiesta, che chiedeva di eliminare il richiamo all’IHRA e ai suoi indicatori, è stata però bocciata dall’aula, portando i pentastellati e i verdiniani a votare contro l’intero provvedimento. Per i dem la scelta è stata più tormentata: il capogruppo Francesco Boccia aveva anticipato che in assenza di quelle modifiche il gruppo si sarebbe astenuto, una posizione di compromesso che intendeva segnalare il disagio senza arrivare a un’opposizione frontale. Una linea che non ha retto di fronte alla determinazione dell’area del partito più attenta al dialogo con le comunità ebraiche e convinta della necessità di compiere comunque un passo avanti nella lotta a un fenomeno in crescita.
Il contenuto del provvedimento tra luci e ombre
Nel corso dell’esame in commissione, va detto, il testo ha subito alcune modifiche rispetto alla versione originaria firmata dal leghista Romeo. È stato eliminato, ad esempio, l’articolo che introduceva ambiguità sul possibile divieto di manifestazioni, una norma che rischiava di limitare la libertà di critica politica, e non sono state introdotte nuove sanzioni penali. Il provvedimento, nella sua forma attuale, istituzionalizza la figura del coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e impegna le istituzioni pubbliche, dalla scuola allo sport, a promuovere iniziative di prevenzione e sensibilizzazione, purché senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Resta però l’impianto di fondo, quello che fa della definizione IHRA il parametro ufficiale per identificare i comportamenti antisemiti, un aspetto che per i critici rappresenta una vera e propria eterogenesi dei fini, laddove uno strumento nato per combattere l’odio rischia di diventare una clava per silenziare il dissenso verso le politiche israeliane nei territori occupati.
La definizione contestata e le ripercussioni sul dibattito pubblico
Il rischio, denunciato da tempo da molte organizzazioni della società civile e ripreso anche da alcune voci interne al mondo ebraico democratico, è che l’adozione di questa griglia interpretativa in un testo di legge finisca per avere un effetto concreto sul dibattito pubblico, raffreddando la discussione e spostando la linea del politically correct. La preoccupazione non è affatto peregrina se si considera che in altri paesi europei, come il Regno Unito, l’adozione della stessa definizione ha portato università e istituzioni culturali a cancellare eventi o a mettere sotto accusa attivisti filo-palestinesi, sulla base di una lettura estensiva di quegli stessi esempi che ora diventano legge anche in Italia. Di fronte a un fenomeno preoccupante come la recrudescenza di atti antisemiti, che richiederebbe la più ampia unità delle forze politiche e sociali, il Parlamento ha scelto una strada che, lungi dal ricomporre le divisioni, le ha invece esasperate, consegnando al paese una norma che molti giuristi considerano foriera di future e complesse questioni interpretative.




