Il Senato approva il ddl sull’antisemitismo, il Pd si spacca e sei dem votano con la destra
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Redazione Interno
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L’approdo a Palazzo Madama del disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo, un provvedimento fortemente voluto dalla maggioranza e che ora passa all’esame della Camera, ha finito per produrre una frattura netta nel campo delle opposizioni, aprendo una crepa profonda all’interno dello steso Partito democratico. La votazione, che ha registrato 105 sì, 24 no e 21 astenuti, ha visto il centrodestra compatto nel sostenere il testo, affiancato da Italia Viva e Azione, mentre il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno scelto la strada del voto contrario. Il Partito democratico, chiamato a esprimersi, ha optato ufficialmente per l’astensione, ma sei suoi senatori – Graziano Delrio, Valter Verini, Sandra Zampa, Pierferdinando Casini, Alfredo Bazoli e Filippo Sensi – hanno rotto la disciplina di gruppo e deciso di votare a favore.
Una scelta, quella dei sei dissidenti, che è stata motivata pubblicamente dall’ex ministro Graziano Delrio, il quale ha spiegato come quel voto non rappresentasse un atto di dissenso verso la linea del partito, quanto piuttosto la volontà di “rompere un silenzio della cultura democratica”, un’assunzione di responsabilità di fronte a quella che viene percepita come un’emergenza nazionale. Il riferimento, neppure troppo velato, è all’appello lanciato più volte da figure come la senatrice a vita Liliana Segre, che da tempo sollecita il Parlamento a dotarsi di strumenti più efficaci contro un fenomeno, l’odio antisemita, in preoccupante aumento anche in Italia. Per Delrio e per gli altri senatori della cosiddetta area riformista, il provvedimento – seppur non perfetto – rappresenta un passo avanti necessario per dare una risposta concreta a queste sollecitazioni, superando quelle timidezze che, a loro avviso, hanno finora caratterizzato il dibattito pubblico su queste tematiche.
Il nodo della definizione Ihra e le accuse di ambiguità
Al centro della polemica politica, e della divisione tra i dem, c’è innanzitutto l’impianto normativo del testo, che all’articolo 1 recepisce integralmente la definizione operativa di antisemitismo formulata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), comprensiva dei suoi indicatori esemplificativi. È proprio questo passaggio a essere stato giudicato inaccettabile dalle ali più a sinistra dello schieramento: secondo i senatori di M5S e Avs, e per una parte consistente del Partito democratico che pure ha scelto l’astensione, gli indicatori dell’Ihra finirebbero per creare una pericolosa sovrapposizione tra la critica legittima al governo di Israele – e quindi l’antisionismo politico – e l’antisemitismo vero e proprio, finendo per limitare di fatto la libertà di espressione. I pentastellati e gli ambientalisti avevano presentato emendamenti per sostituire la definizione Ihra con altre, ritenute meno ambigue, ma le proposte sono state bocciate dall’Aula, portando i rispettivi gruppi a optare per un no secco.
La maggioranza, dal canto suo, rivendica con forza il testo approvato. I senatori leghisti, con la relatrice Daisy Pirovano, hanno sottolineato come si sia lavorato per venire incontro alle richieste di tutte le forze politiche, arrivando a un testo che ha eliminato i profili più controversi, come l’ipotesi di un divieto preventivo delle manifestazioni, garantendo al contempo la libertà di critica politica. Una visione, questa, condivisa da Italia Viva, con la capogruppo Raffaella Paita che ha parlato di un segnale importante che il Parlamento invia al Paese, in un momento storico in cui l’odio verso gli ebrei torna a dilagare. Di segno opposto la reazione di Carlo Calenda, leader di Azione, che pur votando a favore ha voluto criticare la “deriva” della sinistra italiana, a suo dire ormai ostaggio del populismo del M5S, incapace di fare fronte comune su un tema di civiltà come questo.
Il coordinatore nazionale e il passaggio alla Camera
Il testo, composto da cinque articoli, non introduce nuove fattispecie di reato né prevede sanzioni penali aggiuntive rispetto a quelle già esistenti, ma si concentra sulla prevenzione e sul coordinamento delle politiche pubbliche. Oltre all’adozione della definizione Ihra, il provvedimento istituzionalizza la figura del coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, una carica che verrà nominata con decreto del presidente del Consiglio e che avrà il compito di predisporre una strategia nazionale triennale per contrastare il fenomeno in ambiti chiave come la scuola, l’università, la ricerca e la formazione delle forze dell’ordine. Un impianto, questo, che punta a creare una cabina di regia stabile e a monitorare in modo più efficace gli episodi di odio, utilizzando anche le banche dati esistenti per avere un quadro più preciso di un fenomeno spesso sommerso.
Ora il provvedimento è atteso a Montecitorio per l’esame e il voto finale, e non è escluso che le tensioni emerse al Senato possano riproporsi, magari con nuove sfumature, anche alla Camera. Il dibattito, inevitabilmente, si riaccenderà su quel confine labile che separa la lotta a un odio antico e inaccettabile dalla difesa della libertà di opinione politica, un confine che la politica italiana, in questa fase, fatica a tracciare in modo unitario. La spaccatura nel Partito democratico, con i suoi sei senatori che hanno scelto di seguire la propria coscienza anziché la linea del gruppo, è la cartina di tornasole di una difficoltà più ampia, che attraversa tutto il campo progressista, nel trovare un linguaggio comune per affrontare le complesse ricadute del conflitto in Medio Oriente sulla società italiana.




