Il Senato approva il ddl sull'antisemitismo, ma l'opposizione si spacca tra astensioni e voti contrari

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il via libera del Senato al disegno di legge per il contrasto dell'antisemitismo, avvenuto lo scorso 3 marzo, ha fotografato un’aula divisa non tanto sulla condanna dell’odio antiebraico, quanto sugli strumenti e sulle definizioni scelti per combatterlo. Il provvedimento, che ora passa all’esame della Camera, ha raccolto 105 voti favorevoli, ma i numeri che più hanno fatto discutere sono stati i 24 contrari espressi dai gruppi di Avs e Movimento 5 Stelle e le 21 astensioni del Partito Democratico, un segnale quest’ultimo di un disagio profondo che attraversa il principale partito di opposizione. La senatrice a vita Liliana Segre, che aveva auspicato una “convergenza trasversale la più ampia possibile” sulla materia, aveva messo in guardia dal rischio di leggere l’antisemitismo come un problema che tocca solo la minoranza ebraica, definendolo piuttosto “una minaccia complessiva alla nostra vita democratica”.

Il testo legislativo, che recepisce la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), si propone di rafforzare le strategie educative e gli strumenti giuridici per fronteggiare un fenomeno in preoccupante ascesa. Proprio mentre l’aula discuteva, veniva presentato a Palazzo Giustiniani il rapporto annuale del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec), che ha certificato per il 2025 un aumento esponenziale degli episodi: 963 casi accertati, di cui 643 solo nel digitale, con una crescita delle aggressioni fisiche del 225% rispetto all’anno precedente e un raddoppio delle discriminazioni. I ricercatori del Cdec, nel loro report, sottolineano come la principale matrice dell’odio venga ormai veicolata attraverso il cosiddetto “antisemitismo legato a Israele”, un meccanismo che trasferisce antichi stereotipi antiebraici – come l’accusa del sangue o il razzismo per elezione divina – sullo Stato ebraico e sul sionismo.

Ad alimentare il dibattito in aula e nelle cronache di quei giorni sono state anche le figure pubbliche citate nel rapporto come veicoli di espressioni discriminatorie. Tra i nomi segnalati dal Cdec, spiccano quelli del vignettista Vauro, del comico Maurizio Crozza, ma anche dell’ex deputato Alessandro Di Battista e, in particolare, della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese, i cui interventi pubblici sono finiti sotto la lente dell’osservatorio. A quest’ultima, in passato, era stata contestata l’infelice metafora della “pietra d’inciampo” riferita alla senatrice Segre, oltre a dichiarazioni in cui la “resistenza” palestinese veniva interpretata in chiave legittimante, sollevando un vespaio di polemiche che ha travalicato i confini italiani. Il Foglio, in quei giorni, ha ricostruito come certi linguaggi, incluso l’uso di metafore patologiche come quella del “cancro” riferita a Israele, non siano nuovi ma affondino le radici in una storia che dalla propaganda nazista arriva fino agli ayatollah e ad alcuni esponenti del movimento filo-palestinese contemporaneo.

Il direttore del Cdec, Gadi Luzzatto Voghera, pur esprimendo preoccupazione per la piega repressiva che alcune norme potrebbero assumere, aveva già nei mesi precedenti lanciato un allarme preciso: l’odio antiebraico, ha spiegato, non può essere contrastato con la sola legislazione d’emergenza, ma richiede un lavoro culturale profondo che al momento sembra arrancare. Nei suoi interventi pubblici, Luzzatto Voghera ha più volte segnalato l’ambiguità di certi messaggi provenienti dal campo progressista, citando esplicitamente i leader di Cgil, Pd e M5S e avvertendo sul rischio che le piazze in cui si agita una narrativa violenta contro gli ebrei possano essere strumentalizzate per raccogliere consenso politico. Un pericolo, questo, che renderebbe vano qualsiasi sforzo normativo, se la società civile nel suo complesso non riconoscesse nell’antisemitismo un attentato ai principi costituzionali di libertà di religione e di espressione.

Il nodo della definizione e le fratture parlamentari

Il cuore del contendere, durante l’esame del disegno di legge, è ruotato attorno all’adozione della definizione Ihra, che include tra gli esempi di antisemitismo anche la delegittimazione di Israele come Stato e la demonizzazione delle sue politiche pubbliche. Per i partiti di opposizione che hanno votato contro o scelto l’astensione, questa sovrapposizione rischierebbe di limitare il legittimo diritto alla critica delle azioni del governo israeliano, specialmente in un contesto di conflitto come quello seguito al 7 ottobre. Dall’altro lato, i sostenitori del provvedimento, tra cui il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto, primo firmatario di una delle proposte poi confluite nel testo unificato, hanno ribadito l’urgenza di uno strumento chiaro per distinguere la critica politica da ciò che invece costituisce un attacco pregiudiziale all’esistenza stessa dello Stato ebraico e, per estensione, alla sicurezza degli ebrei in Italia.

La normalizzazione dell’odio e i numeri del rapporto Cdec

I dati del rapporto Cdec, curati dai ricercatori Stefano Gatti, Murilo Cambruzzi e Larisa Anastasia Bulgar sotto la supervisione di Luzzatto Voghera, dipingono uno scenario in cui l’odio antiebraico si è ormai normalizzato. Non solo graffiti, sinagoghe vandalizzate e minacce, ma anche un dato sociologico preoccupante emerso da un sondaggio del demografo Renato Mannheimer: il 14% degli italiani si è detto d’accordo con l’ipotesi di espellere tutti gli ebrei dal Paese. Un’impennata, quella registrata nel 2025, che ha visto picchi nei mesi estivi in coincidenza con missioni come la Global Sumud Flotilla per Gaza e che ha trovato terreno fertile anche in occasione di eventi mediatici come le Olimpiadi di Milano-Cortina, dove non sono mancati episodi di aperta ostilità. Il paragone sistematico tra le politiche di Israele e la Germania nazista, con il conseguente vilipendio di sopravvissuti come Liliana Segre o Edith Bruck, accusati sui social di essere “falsi ebrei” o complici di un presunto genocidio, rappresenta per il Cdec la cartina di tornasole di una distorsione della storia che impedisce di comprendere le reali dimensioni sia della Shoah sia della tragedia in corso a Gaza.

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