L'Air Force Renzi, l'aereo da 168 milioni finito a un euro e ora destinato alla demolizione
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Redazione Economia
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L’Airbus A340-500, battezzato con il soprannome di “Air Force Renzi” per via della sua richiesta da parte dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, è stato ceduto per la cifra simbolica di un euro. L’atto di compravendita, come riportato dal Corriere della Sera, sancisce il passaggio di proprietà del velivolo da Etihad Airways ai commissari straordinari di Alitalia S.A.I. in amministrazione straordinaria, i quali, a loro volta, hanno in programma di smantellarlo per rivenderne i pezzi. Un epilogo amaro per un aeromobile che, complessivamente, è costato alle casse pubbliche ben 168 milioni di euro, come emerge dalla documentazione tecnica depositata presso la procura di Civitavecchia. Il quadrimotore, voluto per le missioni governative all’estero, paradossalmente non venne mai utilizzato dal suo richiedente più illustre, rimanendo in seguito fermo a terra, precisamente all’aeroporto di Roma Fiumicino, dal lontano 2018 e perdendo nel tempo le abilitazioni necessarie al volo.
Le intricate procedure di acquisto e noleggio
L’iter che portò all’acquisizione del velivolo, più di un decennio fa, fu articolato in due distinti contratti di leasing. Il primo accordo venne stipulato tra Etihad e Alitalia S.A.I., mentre un successivo passaggio coinvolse la Direzione Generale dell’Aeronautica Militare, la quale sottoscrisse un altro contratto di noleggio con Alitalia. Questo doppio passaggio, stando alle valutazioni tecniche acquisite dagli investigatori, non fu vantaggioso per l’erario: si stima, infatti, che optare per un acquisto o un noleggio a valori di mercato avrebbe permesso di risparmiare una cifra considerevole, quantificabile in circa quaranta milioni di euro. Una somma, quest’ultima, che rappresenta il nucleo della presunta lesione patrimoniale allo Stato, un danno che, come spesso accade in simili vicende, difficilmente potrà essere recuperato.
La paralisi a terra e il valore residuale
Da anni ormai il grande quadrimotore bianco-azzurro giace inutilizzato in un angolo dello scalo di Fiumicino, un monumento silenzioso a una gestione discutibile dei beni pubblici. La sua inattività prolungata ne ha determinato la perdita progressiva della cosiddetta “airworthiness”, ovvero dell’idoneità al volo, rendendolo di fatto un bene immobilizzato e inutilizzabile senza investimenti enormi. Ciò che resta, al di là della vicenda giudiziaria che ne analizza gli aspetti economici, è il suo valore puramente residuale, legato esclusivamente ai suoi componenti meccanici ed elettronici. La decisione dei commissari di procedere alla sua demolizione e alla vendita dei “ricambi”, per quanto possa apparire come l’unica soluzione praticabile, segna la fine definitiva di un acquisto tanto costoso quanto inutilizzato, sottolineando come la spesa iniziale di 54 milioni del 2015 si sia trasformata in una perdita quasi totale.
L’inchiesta e il quadro dei danni
La consulenza depositata in procura delinea un quadro preciso della transazione, mettendo in luce le discrepanze tra il prezzo pagato e i valori che il mercato dell’epoca avrebbe suggerito. La procedura, che coinvolge sia soggetti privati che pubblici, è al centro di accertamenti volti a stabilire le eventuali responsabilità per quel danno erariale che, come un filo rosso, percorre l’intera vicenda. L’atto notarile di vendita a un euro, formale nel suo confermare il trasferimento, suona come la beffa finale dopo una spesa milionaria, un simbolo di come un bene acquistato con fondi pubblici possa vedere il proprio valore azzerarsi nel giro di pochi anni, senza che nessuno, almeno fino a questo momento, ne abbia tratto un reale e duraturo beneficio operativo.




