‘Ndrangheta, 54 misure cautelari in cinque regioni: tra gli arrestati l’ex ultrà dell’Inter Ferdico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non solo la curva, non solo il tifo organizzato. Il confine tra la passione per il calcio e le dinamiche della criminalità organizzata, quando si parla di certi ambienti, si è fatto più volte labile negli ultimi anni. E l’operazione “Jerakarni” – che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha coordinato insieme alla Polizia di Stato – lo conferma con una mole di indagini che parte dal 2015 e arriva fino a oggi: 54 misure cautelari eseguite in cinque regioni, un’ordinanza di 214 pagine firmata dalla gip Arianna Roccia, e un intreccio di accuse che spaziano dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al traffico di stupefacenti, dall’estorsione al tentato omicidio, passando per i reati legati alle armi.

Il “locale” di Ariola e il codice Jerakarni

Il nome in codice dell’operazione richiama Gerocarne, piccolo centro vibonese che qui diventa quasi un simbolo: è l’epicentro della “Società di Ariola”, una delle storiche “locali” di ‘ndrangheta oggetto dell’inchiesta. Le investigazioni hanno ricostruito un ferreo controllo del territorio, esercitato dalle cosche Emmanuele e Idà, radicate nel Vibonese ma con ramificazioni capaci di spingersi ben oltre i confini calabresi. Ed è proprio in questo quadro che si inserisce la figura di Marco Ferdico, già noto alle cronache giudiziarie per il suo passato da capo ultrà dell’Inter – lui che era considerato il “braccio destro” del pentito Andrea Beretta – e già condannato a otto anni per associazione a delinquere con aggravante mafiosa nel processo “Doppia Curva”, celebrato con rito abbreviato.

Il pusher di riferimento per Milano

Ferdico, arrestato anche per l’omicidio dell’ex capo ultrà Vittorio Boiocchi – avvenuto il 29 ottobre 2022 – compare ora tra i destinatari della custodia cautelare in carcere disposta dalla gip di Catanzaro. Il suo ruolo, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, non era però soltanto quello di un tifoso “elevato” a figure di vertice della Curva Nord di San Siro. No: dalle intercettazioni emerge una funzione precisa, quasi tecnica, nel meccanismo del narcotraffico. L’ex “uomo dei social” della tifoseria interista viene descritto come il pusher di riferimento della ‘ndrangheta a Milano, un anello decisivo per far arrivare la droga dalla Calabria alla Lombardia.

La conversazione e il soprannome “Juventus”

Un dialogo, finito agli atti dell’inchiesta, lo restituisce con crudezza: tra Marco Idà, Filippo Mazzotta e Pietro Parisi – tre degli indagati – si parla di un certo “Juventus”, e non c’è alcun riferimento a una squadra di calcio. “Ora se vuole Juventus può picchiare con l’erba (...) se parte il lavoro dell’erba è molto più bello, perché con tremila euro guadagnate mille”. Quel “Juventus” era proprio Marco Ferdico, all’epoca ancora capo ultrà dell’Inter. Un passaggio che lega indissolubilmente il business delle curve – già al centro dell’inchiesta “Doppia Curva” del 2024 – con le rotte della cocaina e della marijuana gestite dalle ‘ndrine calabresi. Ferdico, che in quella precedente inchiesta era finito in carcere per i business illeciti delle tifoserie organizzate di San Siro, si ritrova ora accusato anche di associazione mafiosa e partecipazione a un’organizzazione dedita al traffico di droga.

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