La Ferrari e il rebus dell’energia: a Shanghai il problema di Leclerc e l’enigma dell’ala Macarena

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’era una certa aspettativa, nel paddock di Shanghai, alla vigilia della prima sprint stagionale, e riguardava soprattutto il colore rosso. La Scuderia Ferrari era arrivata in Cina con una valigia carica di novità tecniche, prima fra tutte quella soluzione tanto chiacchierata che avevano soprannominato “ala Macarena”, un profilo posteriore dal funzionamento rotativo di 270 gradi che avrebbe dovuto regalare alla SF-26 un guadagno stimato in quasi otto chilometri orari sul lungo rettilineo del tracciato cinese. L’obiettivo, dichiarato, era quello di provare a colmare il gap dalla Mercedes, una power unit che a Melbourne aveva dettato legge e che nelle prime battute del fine settimana asiatico non ha fatto altro che ribadire la propria superiorità. La realtà dei fatti, tuttavia, si è rivelata ben più complessa degli auspici, consegnando agli appunti degli ingegneri di Maranello una prima giornata di lavoro densa di interrogativi e, per certi versi, di frustrazione.

La sessione di qualifica sprint ha cristallizzato una gerarchia che appare al momento piuttosto netta: George Russell e Kimi Antonelli hanno piazzato le loro frecce d’argento nelle prime due posizioni, con un distacco di sei decimi inflitto alla McLaren di Lando Norris che suona come una sentenza sulla bontà del pacchetto tecnico tedesco. E se Lewis Hamilton è riuscito a strappare un quarto tempo, per Charles Leclerc il discorso è stato ben diverso. Il monegasco, chiuso in sesta piazza, ha vissuto una qualifica complicata, segnata da un episodio che ha acceso piú di un campanello d’allarme all’interno del box. Nel corso del suo ultimo tentativo in SQ3, Leclerc ha improvvisamente perso quattro decimi sul rettilineo opposto, un cedimento prestazionale che lui stesso ha definito, al termine delle prove, incomprensibile. “Purtroppo – ha spiegato – nel mio secondo giro ho perso circa mezzo secondo sul rettilineo posteriore per un motivo che ancora non conosciamo”. Un’anomalia nella curva di rilascio dell’energia, sospettano alcuni, che ha vanificato un giro che appariva piú che competitivo.

La gestione delle nuove power unit, d’altronde, è diventato il vero rompicapo di questo avvio di campionato. La complessità introdotta dai regolamenti 2026, con l’aumento della componente elettrica e la scomparsa dell’MGU-H, impone strategie di utilizzo tutt’altro che intuitive, e il rischio di incappare in cali improvvisi di potenza è concreto anche per chi, come la Mercedes, ha dimostrato di aver capito prima degli altri come domare questi nuovi propulsori. Ma a complicare il quadro, per la Ferrari, ci si è messa anche la gestione della tanto attesa ala “Macarena”. Portata a Shanghai con una corsa contro il tempo e montata su entrambe le vetture nelle prove libere, la nuova ala posteriore è stata inspiegabilmente accantonata per le qualifiche sprint. Una scelta che ha sollevato piú di un dubbio.

Il giallo dell’ala ribaltabile e le difficoltà sul dritto

Le dichiarazioni dei protagonisti, anziché chiarire, hanno finito per infittire il mistero. Il team principal Frederic Vasseur ha motivato la retromarcia con una questione di chilometraggio, affermando di voler prendere piú tempo per testare l’affidabilità del nuovo componente prima di impiegarlo in gara. Lewis Hamilton, dal canto suo, ha ammesso con una certa sincerità che forse l’introduzione dell’ala è stata affrettata, che non era ancora completamente pronta e che si lavorerà per renderla disponibile in futuro. Ma è stata la battuta di Leclerc, al solito piú tagliente, a far riflettere: “Non credo che la nuova ala cambi il quadro della situazione”. Una frase che, letta a posteriori, potrebbe suggerire come i problemi della Rossa non siano risolvibili con il solo apporto aerodinamico, ma affondino le radici piú a monte, nella pura potenza del motore e nella sua gestione.

Il confronto con la Mercedes, sui lunghi rettilinei di Shanghai, è stato impietoso. Se in curva il divario sembra contenuto, in accelerazione la superiorità della power unit tedesca è apparsa netta, e non solo ai cronometri ma anche alle orecchie dei diretti interessati. Lo stesso Hamilton, pur felice del suo quarto posto, ha parlato di deficit di potenza, di una vettura piacevole da guidare ma che paga dazio quando si tratta di spingere a fondo sui rettilinei, laddove la perdita diventa strutturale. Le parole del sette volte campione del mondo disegnano lo scenario di una Ferrari ancora in una fase di apprendistato tecnico, costretta a fare i conti con una power unit che richiede strategie di utilizzo tutt’altro che scontate e che, in questo avvio di stagione, sconta una curva di apprendimento piú ripida del previsto. La speranza, per la gara e per il prosieguo del fine settimana, è che il passo sul lungo distacco possa attenuare queste difficoltà, anche se la sensazione, al termine del venerdí cinese, è che il gap dalla Mercedes non sia un miraggio ma una realtà solida e complessa da scalfire.

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