San Raffaele, dopo sette mesi di tensione i lavoratori sospendono lo stato di agitazione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dopo sette lunghi mesi, che hanno visto il personale dell'ospedale San Raffaele di Milano in uno stato di agitazione pressoché continuo, l'assemblea dei lavoratori ha votato all'unanimità per la sospensione della protesta. La decisione arriva all'indomani di uno scandalo che, tra i primi giorni di dicembre, ha investito tre reparti del nosocomio milanese, dove l'assistenza infermieristica era stata affidata a una cooperativa esterna sollevando pesanti interrogativi sulla sicurezza dei pazienti. La proposta della direzione, accolta dal personale, prevede un benefit economico immediato di 650 euro per tutti i dipendenti e un appuntamento cruciale fissato per il prossimo 14 gennaio, data in cui si dovranno concretamente definire gli impegni per l'adeguamento degli stipendi a quelli del settore pubblico e, soprattutto, per tracciare una linea che fermi il ricorso indiscriminato alle esternalizzazioni.

Le critiche dalla politica regionale: il caso come spia di un sistema

Proprio sul tema delle esternalizzazioni, e mentre ancora echeggiano le dichiarazioni dell'assessore regionale alla Sanità dopo la sua informativa in aula, sono intervenuti due consiglieri del Partito Democratico. Carmela Rozza e Carlo Borghetti, nel corso del dibattito in Consiglio regionale, hanno sottolineato con forza come l'utilizzo di personale proveniente da cooperative debba essere circoscritto e rigidamente regolamentato. “Bisogna usare il personale delle cooperative solo con competenze certificate, e mai nei reparti ad alta intensità”, hanno affermato, lanciando un monito che suona come una richiesta di riforma: quella del sistema di accreditamento, da rivedere per evitare che situazioni analoghe possano ripetersi. Le loro parole disegnano lo scenario di un sistema sanitario regionale che, a loro avviso, rischia di assomigliare alle proverbiali tre scimmiette, ovvero di non voler vedere, sentire e parlare dei problemi finché questi non esplodono in vere e proprie emergenze.

L'incidente e il quadro di una crisi annunciata

Quanto accaduto tra il 5 e il 7 dicembre, con infermieri disorientati e privi delle conoscenze necessarie per operare in reparti complessi e il caso – tra i tanti segnalati – di un farmaco che sarebbe stato somministrato con un dosaggio dieci volte superiore a quello prescritto, non rappresenta affatto un episodio imprevedibile. Al contrario, appare come la punta di un iceberg, l'esito tragico di una crisi annunciata e legata a scelte gestionali che hanno progressivamente eroso la qualità del servizio. A ciò si aggiungono altre segnalazioni, come quella di un paziente che ha denunciato di aver ricevuto una Tachipirina da un'infermiera senza guanti, lamentando un generale clima di insicurezza. Un contesto che spiega anche la scelta, a suo modo paradossale, di reclutare oltre duecento infermieri dall'Uzbekistan per tamponare la cronica carenza di organico, una soluzione che però ha sollevato ulteriori dubbi sull'omogeneità delle competenze e sulla capacità di integrazione in realtà ad alta specializzazione.

Il percorso verso la stabilizzazione

La sospensione dello stato di agitazione segna dunque una tregua, non una risoluzione. Il benefit economico immediato è una prima risposta alle pressanti richieste del personale, ma il vero banco di prova si avrà a metà gennaio, quando attorno al tavolo si dovranno tradurre in accordi vincolanti le promesse sull'adeguamento salariale e, punto cruciale, sulle politiche del personale. La sfida per la governance dell'ospedale, e indirettamente per la regione che ne sovrintende il funzionamento, sarà dimostrare che gli errori del passato, quelli che hanno portato a delegare servizi essenziali a realtà non sempre all'altezza, non si ripeteranno. La partita, insomma, si gioca tutta sulla capacità di riportare stabilità e sicurezza dentro le corsie, garantendo che la qualità delle cure non sia mai più subordinata a logiche di mera contrazione dei costi.

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