Trump annuncia la ripresa dei test nucleari, Mosca promette una risposta

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In una mossa che segna una netta inversione di tendenza rispetto a decenni di politica di non proliferazione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato, attraverso il suo canale preferenziale su Truth Social, di aver impartito al Dipartimento della Guerra l'ordine di avviare immediatamente test su armi atomiche, una pratica che Washington non effettuava più dal lontano 1992. La decisione, che Trump stesso ha definito spiacevole ma inevitabile, è stata giustificata dal presidente con la necessità di rispondere alle prove condotte da altre nazioni, un riferimento, sebbene non esplicito, alle attività di potenze rivali. L'annuncio, che ha immediatamente fatto scattare un allarme a livello internazionale, è stato accolto con forte preoccupazione da Pechino, la quale ha esortato pubblicamente gli Stati Uniti a "rispettare scrupolosamente" la moratoria globale sui test nucleari, un accordo informale ma di fondamentale importanza per la stabilità strategica.

La reazione di Mosca e lo scenario geopolitico

Mentre la Cina si esprimeva attraverso un monito formale, la reazione di Mosca è apparsa fin da subito più diretta e minacciosa. Le autorità russe, senza indugio, hanno fatto sapere che "agiranno di conseguenza" alla svolta di Washington, lasciando intendere la possibilità di un'analoga ripresa delle sperimentazioni atomiche da parte del Cremlino. Questa escalation verbale, che rischia di innescare una nuova, pericolosissima corsa agli armamenti, riporta indietro l'orologio della storia a un'epoca che molti consideravano superata, quella della Guerra Fredda, sebbene con dinamiche e attori profondamente mutati. L'azione di Trump, del resto, sembra inserirsi in un più ampio disegno di potenziamento dell'apparato militare statunitense, che procede di pari passo con un approccio assertivo nei teatri di crisi, come dimostra la parallela questione ucraina.

Il via libera del Pentagono sui missili Tomahawk per Kiev

Proprio in merito al conflitto in Ucraina, infatti, fonti della Cnn riferiscono di un importante via libera tecnico da parte del Pentagono alla fornitura di missili da crociera Tomahawk a lungo raggio a Kiev. Secondo quanto appreso da tre funzionari, sia americani che europei, lo Stato Maggiore congiunto avrebbe valutato che un trasferimento di tali sistemi d'arma non avrebbe un impatto negativo sulle scorte strategiche degli Stati Uniti, superando così una delle principali obiezioni sollevate in precedenza dagli esperti militari. I Tomahawk, che vantano una gittata operativa di circa 1.600 chilometri, rappresenterebbero un salto di qualità nella capacità offensiva dell'esercito ucraino, permettendogli di colpire obiettivi profondi nel territorio controllato dalle forze avversarie. Questo parere favorevole, giunto ancor prima della recente visita di Zelensky a Washington, costituisce ora la base per una decisione di natura squisitamente politica.

L'ultima parola spetta a Trump

La palla passa dunque alla Casa Bianca, dove il presidente Donald Trump, che in passato aveva mostrato perplessità sull'invio di armamenti di tale sofisticazione, si troverà a dover valutare l'opportunità di autorizzare la consegna. La richiesta ucraina per questi missili si inquadra in una strategia di pressione sulle reti logistiche nemiche, come dimostrano i 160 raid compiuti, secondo i servizi di Kiev, contro siti petroliferi russi dall'inizio dell'anno. La decisione finale su entrambi i fronti, quello dei test nucleari e quello delle forniture belliche all'Ucraina, appare quindi saldamente nelle mani dell'amministrazione Trump, delineando uno scenario internazionale di crescente tensione, dove le mosse di un singolo attore generano reazioni a catena difficilmente prevedibili.

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