L’illusione della tregua: Putin e Zelensky accettano (a parole) lo stop di tre giorni voluto da Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fronte orientale trattiene il fiato, ma solo per un attimo che sa di retorica prima ancora che di realtà. A mezzanotte è scattato, infatti, quel cessate il fuoco che il presidente americano Donald Trump ha negoziato direttamente con il Cremlino e con la presidenza ucraina, un’intesa che vale "almeno" tre giorni – dal 9 all’11 maggio – in concomitanza con le celebrazioni russe per l’anniversario della vittoria sul nazismo. Una piccola, enorme svolta sulla carta, che sembra però già incrinarsi sotto il peso delle reciproche accuse e delle minacce incrociate tra Mosca e Kiev. L’accordo, va detto, non si limita al silenzio delle armi: prevede anche uno scambio umanitario di mille prigionieri per parte, una misura che Trump ha definito come possibile “inizio della fine” per un conflitto che ha definito “il peggiore dalla Seconda guerra mondiale”.

La fragilità del patto e l’ordine di Zelensky

Non è bastato l’annuncio solenne sulla piattaforma Truth dello stesso leader americano – il quale, parlando dalla Casa Bianca, ha ricordato con rammarico il tragico conteggio di 25mila giovani soldati falcidiati ogni mese – per trasformare la tregua in una stabilità duratura. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha risposto con un decreto ufficiale che impone alle sue forze di non colpire la Piazza Rossa di Mosca durante la parata dell’anniversario; un atto di cautela, il suo, più che di fiducia, dato che lo stesso leader di Kiev ha subito avvertito gli alleati occidentali sul fatto che Mosca non avrebbe compiuto “nemmeno un tentativo simbolico” di rispettare il silenzio concordato. Il Cremlino, da parte sua, ha confermato l’intesa, ma le parole del ministro degli Esteri Serghei Lavrov hanno subito proiettato un’ombra minacciosa sull’evento: qualunque azione ostile contro la sfilata, ha avvertito, sarebbe stata punita con un “raid missilistico massiccio” su Kiev, un’eventualità che è costata a molti leader stranieri il consiglio, da parte ucraina, di disertare le celebrazioni.

Accuse incrociate e una parata sottotono

Ancora prima che il primo giorno di tregua spirasse, la propaganda bellica di entrambi i fronti ha già dichiarato la tregua virtualmente violata. Kiev denuncia il lancio di decine di droni russi a lunga distanza; Mosca ribatte affermando di aver intercettato centinaia di velivoli ucraini, alcuni dei quali avrebbero causato vittime civili nella regione di Kherson e la chiusura di aeroporti nel sud della Federazione. A testimonianza del clima di tensione che avvolge il "Giorno della Vittoria", la tradizionale parata sulla Piazza Rossa si è presentata quest’anno in una veste decisamente sottotono. I timori legati alla sicurezza – in particolare la paura concreta di attacchi con droni a lungo raggio – hanno infatti consigliato al Cremlino di rinunciare a schierare le eccellenze dei mezzi blindati e i carri armati, limitando la sfilata a una marcia di cadetti e a una presenza militare ridotta all’osso. In un contesto di stallo bellico e di logoramento economico, la ricorrenza del 9 maggio diventa così per Putin un palcoscenico insolitamente spoglio.

Il ruolo (attivo) della Casa Bianca

Mentre le truppe restano in attesa e i leader si scambiano accuse di terrorismo, l’inquilino della Casa Bianca non ha nascosto la sua ambizione di andare oltre il semplice gesto simbolico. Trump, che rivendica il merito di aver riacceso un dialogo diretto tra le parti, ha espresso pubblicamente il desiderio che questa pausa di tre giorni possa rappresentare il preludio a un’estensione molto più lunga. “Potrebbe essere bello”, ha commentato il presidente, auspicando che le parti si convincano della “follia” di proseguire in un massacro che ormai non accenna a risolversi con le armi. L’intesa, per quanto fragile, segna comunque un attivismo senza precedenti della diplomazia statunitense, la quale ha sfruttato la finestra temporale delle celebrazioni sovietiche per testare un primo, timido allentamento della morsa. Resta da vedere se i missili taceranno davvero fino all’11 maggio o se l'ennesimo tentativo di pacificazione si infrangerà contro la realtà di una guerra ormai abituata a ignorare le parole.

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