La ricostruzione di Gaza, un affare che fa tremare i mercati e le coscienze

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il cessate il fuoco, siglato lo scorso 10 ottobre, è stato accolto con un brindisi anticipato non solo da chi anela alla pace, ma anche dai listini finanziari, dove i titoli legati all'edilizia e alle grandi infrastrutture hanno registrato un ottimismo palpabile, alimentato dalla prospettiva di partecipare a commesse milionarie per risollevare la Striscia dalle sue macerie. Programmi di sviluppo internazionali, come quelli portati avanti dalle Nazioni Unite, delineano infatti un impegno colossale, un'opportunità di business che aziende italiane del calibro di Cementir, Buzzi, WeBuild e Saipem sono pronte a cogliere, nonostante la situazione sul campo rimanga estremamente volatile e pericolosa.

Il frastuono della guerra che non dà tregua

Mentre le borse sognano appalti, a Gaza il rombo sordo delle esplosioni che hanno ripreso a colpire Rafah riecheggia minaccioso fino al campo profughi di Al Mawasi, dove Sarah Nasser, originaria di Khan Younis, riconosce quel suono come un presagio di orrore. Interrompendo di colpo i suoi gesti quotidiani, come lavare i panni, si precipita verso la tenda che ora è la sua casa, assediata dalle domande impaurite dei bambini che le chiedono se la guerra sia tornata. L'esercito israeliano ha definito questa nuova escalation una semplice "ondata di attacchi", una definizione che, se da un lato cerca di circoscrivere le operazioni, dall'altro non placa la disperazione di chi, come lei, si sente intrappolato in una gabbia di macerie e si domanda quale colpa abbiano i civili per meritarsi un simile inferno.

Una diplomazia in bilico tra affari e minacce

Il percorso verso una normalità, per quanto precaria, procede a fatica in alcune zone, mentre altrove si teme un drammatico passo indietro, condizionato dalla complessa e lenta consegna dei cadaveri degli ostaggi da parte di Hamas, un processo ostacolato da difficoltà oggettive che ne rallentano l'esecuzione. A questo quadro già instabile, si aggiungono i moniti del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, i quali, assumendo toni sempre più duri, legittimano esplicitamente la possibilità di una nuova offensiva israeliana qualora non venissero rispettate le condizioni del Piano concordato. Questa posizione, sebbene raffreddi gli animi, non spegne del tutto la flebile speranza di un cammino che possa condurre a una Pace duratura.

La fragilità di una tregua con troppi avversari

Secondo l'analisi di Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali, quella in atto è e resta una tregua, ben lontana dall'essere una pace, e la sua natura è fragilissima perché ha una moltitudine di nemici, schierati su fronti opposti, che hanno forti interessi nel vederla fallire. Tra questi, spiega, c'è una fazione significativa all'interno di Hamas stessa, la quale è contraria a quello che considererebbe un suicidio politico, dimostrando come l'organizzazione, che è riduttivo definire solo "terroristica", possieda una componente politica fortissima e articolata, a differenza di altri gruppi come Al Qaeda. La guerra, in un certo senso, serve ancora ai miliziani, e questo la rende un bersaglio mobile e difficile da disarmare completamente.

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