Epatite A, 50 casi a Roma: i contagi nel Lazio salgono a 120 da inizio anno

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’onda lunga del focolaio che ha investito Napoli, dove il Cotugno ha registrato oltre settanta ricoveri e un’infettivologa ha parlato di “assoluto picco” senza che il contagio si sia fermato, ha raggiunto anche il Lazio. Qui i numeri, sebbene per ora più contenuti, disegnano una situazione che le autorità sanitarie regionali definiscono sotto controllo ma che impone un’attenzione costante: i casi accertati dall’inizio dell’anno, tra Roma e provincia, ammontano a centoventi, con un’aggregazione significativa di ventiquattro episodi concentrati nel territorio di Latina.

Si tratta, come ormai noto, di epatite A, un’infezione epatica contagiosa provocata dal virus Hav, la cui via di trasmissione principale resta quella oro-fecale. Una modalità di diffusione, questa, che avviene attraverso l’ingestione di acqua o cibo contaminati dalle feci – anche in modo microscopico – di una persona già infetta, così come tramite contatti diretti interpersonali. La Regione, nel confermare i dati aggiornati, ha voluto precisare che la situazione è monitorata e che i casi, al momento, risultano circoscritti; un’indicazione che mira a evitare allarmismi, ma che non scalfisce la consapevolezza, emersa con chiarezza nelle ultime settimane, di una circolazione virale aumentata sul territorio.

Numeri in crescita e il ritorno alla responsabilità collettiva

Di fronte a questo incremento, le autorità sanitarie non si sono limitate a registrare i dati: hanno piuttosto intensificato le raccomandazioni, puntando su una strategia di prevenzione che fa leva sui comportamenti quotidiani. L’infezione, che colpisce il fegato con sintomi che possono andare dall’ittero alla stanchezza profonda, ha riacceso i riflettori su abitudini a tavola e pratiche igieniche che, sebbene note, vengono spesso trascurate. L’Organizzazione mondiale della sanità lo ribadisce con chiarezza: la contaminazione avviene quando una persona non infetta ingerisce alimenti o acqua su cui è finito materiale fecale infetto; una catena che l’igiene delle mani, la corretta conservazione dei cibi e la cottura adeguata possono interrompere.

In questo contesto, la parola d’ordine diventa ‘prevenzione’, declinata in sette regole fondamentali per la sicurezza alimentare: dal lavaggio accurato delle mani dopo l’uso del bagno e prima di mangiare o cucinare, alla cura con cui si trattano frutta e verdura, fino all’attenzione verso i cibi crudi o poco cotti – un aspetto, quest’ultimo, che assume particolare rilevanza in un momento in cui il consumo di prodotti ittici crudi, come il sushi, è stato oggetto di indicazioni specifiche da parte degli esperti.

Il quadro napoletano e l’effetto sulla regione

A Napoli, il fronte dell’emergenza ha assunto contorni ben più definiti. All’ospedale Cotugno, struttura di riferimento per le malattie infettive, sono sessanta le persone ricoverate a causa dell’epatite A, e i dati relativi al mese di marzo parlano di ottantanove contagiati. Novella Carannante, infettivologa in quella struttura, ha descritto la situazione come un “assoluto picco”, sottolineando come, nonostante si siano registrate diverse dimissioni e un calo negli arrivi, il contagio non si sia affatto fermato: il 25 marzo, ha ricordato la specialista, sono stati sette i nuovi ricoverati. L’attenzione, ora, si sposta sul periodo pasquale, un intervallo di tempo che gli esperti guardano con cautela per capire come evolverà la curva.

Questo scenario campano, caratterizzato da un’impennata dei casi e da un numero di ricoveri ancora elevato, rappresenta il contesto da cui si è originata l’attenzione anche per le regioni vicine. Nel Lazio, dove pure i contagi sono in aumento, l’approccio delle autorità è stato finora più prudente: si parla di episodi “circoscritti”, cercando di tenere sotto controllo la diffusione senza dover registrare, almeno per il momento, numeri paragonabili a quelli partenopei.

Le regole a tavola e la sicurezza alimentare

L’igiene, in questo quadro, torna a essere il fattore discriminante. La trasmissione per via oro-fecale rende infatti fondamentale il rispetto di una serie di accorgimenti che, per quanto basilari, costituiscono l’unica vera barriera contro il virus. Oltre al lavaggio delle mani – che deve essere effettuato con acqua e sapone per almeno quaranta secondi, soprattutto dopo essere stati in luoghi pubblici o aver cambiato un pannolino –, le indicazioni sanitarie richiamano l’attenzione sulla necessità di bere solo acqua da fonti controllate o in bottiglia, evitare il consumo di crostacei crudi o poco cotti e assicurarsi che gli alimenti, in particolare quelli consumati crudi come frutta e verdura, siano stati lavati con acqua potabile e, se possibile, disinfettati con appositi prodotti.

Il virus Hav, infatti, resiste nell’ambiente e può sopravvivere a lungo sulle superfici o negli alimenti se non vengono applicate corrette procedure di sanificazione. Ecco perché, oltre alle regole a tavola, gli esperti sottolineano l’importanza di una corretta gestione degli alimenti in casa e, non meno rilevante, di una particolare attenzione in caso di viaggi in aree geografiche dove il virus è più diffuso o in presenza di focolai accertati. Un’infezione che, se nella maggior parte dei casi guarisce senza conseguenze, può invece rivelarsi particolarmente severa in soggetti con patologie epatiche preesistenti o in età avanzata, rendendo le misure preventive non solo un gesto di cura personale, ma una forma concreta di protezione collettiva.

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