Epatite a, il focolaio si allarga: oltre 120 casi nel Lazio e contagi diffusi in Campania

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’attenzione degli uffici di igiene pubblica si è concentrata, nelle ultime settimane, su un’impennata di contagi da epatite A che interessa principalmente due regioni, il Lazio e la Campania, con dinamiche epidemiologiche strettamente collegate. Se fino a qualche tempo fa il rischio era percepito come circoscritto a episodi sporadici legati alla tradizione culinaria del pesce crudo, i numeri emersi dai bollettini regionali raccontano ora una diffusione più ampia e complessa. Nel Lazio, il dato più rilevante arriva dalla Regione, dove è stato aggiornato il bilancio a 120 casi confermati; tra questi, cinquanta sono stati registrati dalle Asl Roma 1 e Roma 2, mentre la provincia di Latina segna un’incidenza particolarmente significativa con ventiquattro episodi distribuiti in comuni come Aprilia, Fondi, Formia e Terracina. Le indagini epidemiologiche, condotte attraverso il tracciamento dei pazienti e le verifiche sulle filiere alimentari, hanno individuato un nesso causale con una specifica partita di frutti di mare contaminati proveniente dalla Campania, giunta nel Lazio intorno al venti febbraio.

Il quadro campano tra ospedali e misure restrittive

La situazione nella regione Campania, che rappresenta l’epicentro originario del focolaio, mostra un andamento altalenante ma costante nel numero di accessi ospedalieri. L’ospedale Cotugno di Napoli, struttura di riferimento per le malattie infettive, ha conteggiato a marzo settantatré degenti, con un afflusso che ha mantenuto impegnato il pronto soccorso con una media di cinque pazienti in attesa di ricovero. La distribuzione dei contagi sul territorio campano, tuttavia, non si limita al capoluogo: la provincia di Caserta ha registrato poco più di cinquanta casi, con un picco osservato nell’area di Sessa Aurunca, mentre nel Salernitano i positivi accertati sono circa venticinque. In quest’ultima provincia, il timore di una diffusione tramite la ristorazione collettiva ha spinto le autorità locali, come nel caso di Sala Consilina, a imporre restrizioni temporanee sulle mense scolastiche, limitando la somministrazione di frutta fresca agli studenti come misura precauzionale. Anche le province interne, come Avellino e Benevento, pur con numeri più contenuti, hanno registrato positività che confermano la capacità del virus di propagarsi al di fuori dei grandi centri urbani.

Le indagini sulla contaminazione e il ruolo delle avverse condizioni meteo

L’ipotesi investigativa, supportata dai riscontri dei dipartimenti di prevenzione e dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, punta verso una contaminazione di origine ambientale. Le forti piogge che hanno colpito la Campania lo scorso gennaio, e in particolare gli eventi meteorologici estremi che hanno causato esondazioni, avrebbero favorito il riversamento di scarichi fognari nelle aree di allevamento dei molluschi. I frutti di mare, in particolare i mitili come cozze e vongole, agiscono come bioaccumulatori filtrando l’acqua e concentrando il virus HAV nei loro tessuti; un meccanismo che rende particolarmente insidioso il consumo di questi prodotti se non sottoposti a cottura adeguata, dato che l’uso di limone o aceto – pratica diffusa nella tradizione culinaria – non inattiva l’agente patogeno. La partita di cozze incriminata, una volta immessa sul mercato, ha determinato una diffusione rapida del contagio non solo sul territorio campano ma anche nelle province laziali, innescando una reazione a catena nei controlli sanitari.

Task force e sorveglianza rafforzata nella filiera alimentare

Le Asl coinvolte, sia in Campania che nel Lazio, hanno attivato protocolli straordinari per arginare la diffusione. Nella provincia di Latina, dove si concentra il maggior numero di casi regionali, l’azienda sanitaria locale ha istituito una task force multidisciplinare coordinata dalla direzione generale, coinvolgendo il Dipartimento di Prevenzione, il servizio di Igiene degli alimenti di origine animale e le unità operative di malattie infettive. Le attività sul campo si sono tradotte in controlli mirati nei ristoranti e nei punti vendita al dettaglio, con l’obiettivo di verificare la corretta conservazione e tracciabilità dei prodotti ittici. Parallelamente, è stato avviato un lavoro di coordinamento con il SeReSMI (Servizio Regionale per la sorveglianza delle malattie infettive) e l’Area Promozione Salute della Regione Lazio per monitorare l’insorgenza di nuovi sintomi e gestire i casi già accertati. Agli operatori sanitari, inclusi i medici di medicina generale e i pediatri, sono state diramate linee guida dettagliate sulle norme igieniche da comunicare alla popolazione, con particolare enfasi sull’importanza del lavaggio delle mani e sulla necessità di evitare il consumo di cibi crudi o poco cotti.

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