Dimartino racconta la fine del duo con Colapesce: «Nessun litigio, ma in due si fa fatica a emergere»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La narrazione popolare, quella che si costruisce velocemente attorno a un fenomeno musicale di successo, ha spesso il difetto di semplificare le storie fino a ridurle a un unico, possibile, finale: il litigio, la rottura violenta, il rancore. E così, quando l’anno scorso Colapesce e Dimartino – all’anagrafe Lorenzo Urciullo e Antonio Di Martino – hanno deciso di interrompere il loro sodalizio artistico, iniziato nel 2020 con una chimica immediata capace di produrre hit e dischi platinati, in molti hanno immaginato scenette da backstage tempestoso. Niente di più lontano dalla verità, a sentire proprio Di Martino, che oggi torna a parlare a cuore aperto – o meglio, con quella schiettezza che mescola ironia e malinconia – per spiegare i contorni di una separazione professionale, certo, ma umanamente mai realmente consumata.
«La gente pensa che abbiamo litigato», spiega il cantautore, e lo fa partendo da un aneddoto che ha il sapore di una scena quasi cinematografica. Un bar a Misilmeri, nell’entroterra palermitano, dove uno sconosciuto lo avvicina per offrirgli, con ingenua partecipazione, parole di conforto: «C’è sempre tempo per sistemare le cose». Di Martino ha provato a ribattere, a raccontare che la realtà è meno drammatica di quanto si creda, ma alla fine ha avuto la sensazione che il suo interlocutore non gli abbia creduto. È questo il paradosso che il musicista ora si trova ad affrontare: il pubblico fatica a immaginare che due artisti possano scegliere di separarsi senza un motivo eclatante, senza un tradimento o una lite furibonda.
Le radici soliste e l’offuscamento della personalità
Prima di diventare quel duo vincente capace di piazzare “Musica leggerissima” al quarto posto del Festival di Sanremo 2021 e “Splash” al decimo nell’edizione 2023, Urciullo e Di Martino avevano già alle spalle un decennio di carriere individuali. Un dettaglio, quest’ultimo, che aiuta a comprendere la loro scelta. «In due la personalità si offusca», confessa Dimartino, spiegando come la forza di un’identità collettiva – per quanto fortunata, celebrata da un album come “I mortali” e poi dal successivo “Lux eterna beach”, senza dimenticare l’esperienza cinematografica de “La primavera della mia vita” – finisca inevitabilmente per mettere in ombra le singole voci. Non un tradimento, dunque, ma un bisogno fisiologico di tornare a respirare da solisti. La loro separazione, avvenuta nel 2024, è stata silenziosa e consensuale, lontana anni luce dalla litigiosità che i fan vorrebbero immaginare.
Il ritorno dal vivo e l’attitudine acustica
A confermare questa nuova fase artistica ci pensa ora il tour solista di Dimartino, intitolato “L’improbabile piena dell’Oreto Tour 2026”. Un nome che gioca con la geografia poetica del fiume che attraversa Palermo, e che anticipa un album di inediti – il primo senza la sponda di Colapesce – di cui si conosce già il singolo apripista “L’oro del fiume”, disponibile dal 20 marzo. Il tour, previsto per maggio 2026, segna a sette anni di distanza da “Afrodite” il ritorno del cantautore a una dimensione più raccolta e intima, fatta di chitarre e voci che non hanno bisogno di sovrastrutture. Le date scelte, tutte in location dal sapore particolare, lo confermano: Roma alla Chiesa Valdese per la rassegna Unplugged In Monti, Bari ne La Vallisa, Milano al Teatro Filodrammatici per Mi Ami, Torino nel Coro di Santa Pelagia, Firenze alla Sala Vanni, e infine Fano per il Festival Sopravento. Niente palazzetti, dunque, ma spazi che richiedono ascolto e prossimità.
La cautela su Sanremo e il peso dell’incredulità altrui
Resta sullo sfondo, ma non troppo, la domanda che tutti gli rivolgono: tornerà mai sul palco dell’Ariston? Di Martino, in questa intervista, non chiude né apre porte, limitandosi a ricordare come ancora oggi debba scontrarsi con lo scetticismo di chi non accetta l’idea di un duo che si scioglie senza stridore. «Ho cercato di spiegargli come stanno le cose fra me e Colapesce – racconta a proposito del tizio al bar – e alla fine lui ha detto “va bene”, anche se ho avuto la sensazione che non mi avesse creduto». È questa, forse, la condanna più sottile per due artisti che hanno fatto del disincanto ironico e delle armonie leggere la loro cifra: essere condannati a ripetere all’infinito che non si sono mai odiati, mentre il pubblico continua a cercare un nemico che non esiste. Le loro strade, professionali, si sono divise. Ma il rancore, quello no, non ha mai avuto un posto nei loro accordi.




