Cobolli, il derby vinto e l’amore per i giudici di linea: «Parigi è il torneo più bello»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Flavio Cobolli si è presentato in conferenza stampa al Roland Garros con un sorriso che non era soltanto quello del tennista soddisfatto per la vittoria nel derby italiano contro Andrea Pellegrino, ma anche quello del tifoso romanista che – la sera prima – aveva gioito per la qualificazione della sua squadra alla Champions League.
«Scusate, devo dire una cosa… Jà detto Malen, alle altre squadre… Ci penso da ieri sera», ha esordito il romano, scatenando le risate dei cronisti presenti e alludendo al celeberrimo sfottò calcistico che già circolava sui social. Chiusa la parentesi giallorossa – che pure gli stava evidentemente a cuore – Cobolli si è concentrato sull’analisi di un match vinto in tre set (6-4, 7-6, 6-3) dopo due settimane complicate, nelle quali era uscito sconfitto da giocatori con un ranking teoricamente inferiore come Tirante a Roma e Buse ad Amburgo.
La rimonta psicologica e l’innesto di Giannessi nel team
La preparazione al match – ha rivelato lo stesso Cobolli – era stata meticolosa e per certi versi atipica. «Prima della partita, con lo staff abbiamo analizzato le mie ultime sconfitte – ha raccontato – e abbiamo notato come il livello di quei giocatori sia molto più vicino al mio di quanto il ranking non lasci intendere».
Una consapevolezza, quella dell’appiattimento dei valori nel circuito maschile, che il numero 12 del ranking Atp ha trasformato in un’arma tattica, concentrandosi sulla gestione dei momenti decisivi e su un servizio che gli ha permesso di perdere pochissimi punti nei propri turni di battuta. A fare la differenza, ha aggiunto, è stata anche la presenza nel box di Alessandro Giannessi (mancino che nel 2017, proprio a Parigi, disputò un match clamoroso contro Nishikori), entrato nel suo team su esplicita richiesta del giocatore per affiancarlo in alcune settimane della stagione.
L’incidente con il raccattapalle e la protesta respinta
Non sono mancati, nel corso del derby, momenti di tensione che avrebbero potuto spezzare l’equilibrio del match. Nel decimo game del secondo set, Pellegrino ha costretto Cobolli a rispondere al servizio da fondo campo; nel tentativo di colpire la palla, il romano ha sfiorato con il rovescio un raccattapalle posizionato in modo decisamente troppo interno, perdendo il punto.
Cobolli si è subito rivolto al giudice di sedia chiedendo la ripetizione del punto – «Mi ha chiesto scusa, mi ha condizionato…», ha detto – ma la risposta è stata netta e senza appello: «Per me non c’è niente, io stavo seguendo la palla. Per me il punto rimane». L’episodio, destinato a far discutere, non ha però minato la concentrazione del tennista che, dopo qualche secondo di proteste, è tornato a giocare chiudendo il set al tie-break e archiviando la pratica nel terzo parziale.
L’elogio della tradizione: «Amo i giudici di linea, è elegante»
Se sul piano tecnico Cobolli ha saputo gestire l’imprevisto, sul piano emotivo il torneo parigino resta per lui un’occasione irrinunciabile per celebrare ciò che ama del tennis più classico. Interrogato sulla differenza tra l’occhio di falco (ormai ubiquitario su cemento ed erba) e i giudici di linea in carne e ossa, il romano non ha avuto dubbi: «Mi piace che ci siano i giudici di linea, mi piace andare a vedere il segno lasciato dalla pallina. Mi sembra una tradizione molto elegante, adatta a uno sport elegante come il tennis».
Una dichiarazione di amore per la terra rossa e per un’atmosfera che, in un’epoca di automazione spinta, sa ancora regalare quel brivido della disputa sul segno che appartiene alla storia di questo sport. «Parigi è il torneo più bello che un europeo possa giocare al giorno d’oggi – ha concluso Cobolli – e io sono nato sulla terra rossa». Al secondo turno lo attende il cinese Wu Yibing, già battuto dall’azzurro sul cemento di Acapulco ma – tiene a precisare il romano – «giocatore molto forte, con cui stare molto attento».




