Arisa, il caso Ozempic e la replica sarcastica: “Body positivity un cazzo”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’eco delle voci sull’uso di farmaci dimagranti, quelli che ormai circolano come un fiume carsico tra le corsie del gossip medico e le passerelle delle star, ha raggiunto prepotentemente anche Arisa. La cantante, quarantatreenne, si è trovata al centro di un rinnovato polverone mediatico: secondo indiscrezioni mai provate, che pure hanno attecchito con la velocità di un’infestazione digitale, la sua recente e radicale metamorfosi fisica sarebbe da attribuire all’Ozempic – il medicinale a base di semaglutide divenuto, suo malgrado, il simbolo di una certa ossessione estetica nel mondo dello spettacolo. La diretta interessata, che solo pochi giorni fa aveva raccontato al Corriere della Sera il proprio nuovo equilibrio (“Non sono più la caricatura con occhialoni e frangetta”, le sue parole), ha deciso di rispondere non con un comunicato asettico bensì con una bordata ironica e graffiante, capace di smontare con un sol colpo le illazioni.

La replica, veicolata attraverso i canali social che ormai fungono da estensione del palcoscenico, ha avuto il sapore amaro di una presa di posizione contro quella che lei stessa percepisce come ipocrisia dilagante. “Body positivity un cazzo!”, ha scritto, scagliandosi non tanto contro chi la osserva quanto contro la retorica che vorrebbe vietare qualsiasi osservazione critica su un dimagrimento tanto rapido quanto evidente. Arisa ha ricordato, con un sarcasmo che non lascia spazio a fraintendimenti, come solo qualche anno fa sarebbe scoppiata una polemica gigantesca: i complottisti, quelli che una volta credevano che la Terra fosse piatta, avrebbero twittato a nastro sulla teoria dei Rettiliani o sul nonno di Heidi. Una provocazione, certo, ma funzionale a un ragionamento più sottile – cioè che in passato, almeno, si era capaci di notare ciò che accadeva e di cercare spiegazioni.

“Ascoltatemi e non mi guardate più”: lo sfogo senza filtri

L’intervento più so è arrivato però dopo, quando l’artista ha scelto Instagram come tribunale improvvisato. Ha messo da parte le foto – quelle che pure avevano alimentato il dibattito sulla sua silhouette – per affidarsi unicamente alle parole, in un flusso diretto contro i commenti che hanno trasformato il suo corpo in un campo di battaglia. “Ascoltatemi e non mi guardate più”, ha intimato, ribaltando la prospettiva: non è la sua immagine a dover essere scrutata e giudicata, bensì la sua musica e le sue dichiarazioni. Un passaggio, questo, che ha spostato l’attenzione dall’uso presunto di medicinali (l’Ozempic resta, allo stato dei fatti, un’indiscrezione mai confermata) a un problema più ampio di sguardo sociale.

Nell’intervista rilasciata al Corriere, del resto, Arisa aveva già raccontato di aver finalmente trovato una propria dimensione femminile, quella che definisce “libertà di esprimersi”. Oggi, dice, vorrebbe farsi fotografare tutto il tempo, quasi a voler recuperare il tempo perduto tra una frangetta e un paio di occhiali grandi. Ma proprio questa dichiarata felicità estetica si è rovesciata nel suo contrario: invece di cogliere il senso del suo messaggio, molti hanno preferito concentrarsi sulla velocità del dimagrimento, sulla presunta “eccessività” della magrezza, finendo per alimentare quel meccanismo di giudizio che lei stessa denuncia.

Metamorfosi sotto i riflettori: inchiesta mediatica senza prove

La vicenda, per quanto ancora priva di riscontri oggettivi sull’uso di farmaci specifici, ha il pregio di illuminare un meccanismo ben noto a chi segue le cronache dello spettacolo: la trasformazione fisica di una donna pubblica viene immediatamente interpretata come un atto illeggittimo, quasi fosse necessario trovare una scorciatoia (chimica o chirurgica) per spiegare ciò che invece potrebbe essere semplicemente il risultato di un cambiamento interiore. I detrattori, quelli che su Twitter avrebbero un tempo evocato i poteri forti o le teorie più bislacche, oggi si sono fatti più subdoli: la critica alla “body positivity” lanciata da Arisa risuona come uno schiaffo a chi predica accettazione ma non tollera il dimagrimento, perché troppo repentino, perché troppo lontano da un canone di normalità.

Arisa, dal canto suo, non ha smentito né confermato l’uso dell’Ozempic, lasciando che le illazioni marciscano da sole nel vaso del pettegolezzo. Ha preferito ribaltare il tavolo: non è lei a dover giustificare il proprio, siete voi a dover cambiare sguardo. Una posizione radicale, certo, ma coerente con quella che più volte ha definito la sua “nuova libertà”. Le indagini giornalistiche, se così si possono chiamare, restano ferme a semplici illazioni: nessun documento, nessuna ammissione, nessuna foto rubata in una clinica.

La fretta del giudizio e il farmaco come capro espiatorio

In tutto questo, l’Ozempic è diventato una sorta di capro espiatorio perfetto: un nome, una sigla, una sostanza che molti conoscono senza averla mai vista, capace di spiegare (per chi cerca spiegazioni facili) qualsiasi perdita di peso improvvisa. La cantante lucana ha ironizzato anche su questo, ricordando quanto sarebbe ridicolo pensare a una “sostituzione con una replicante” o a cospirazioni galattiche. Meglio il sarcasmo, sembra suggerire, di una serietà ipocrita. Quel che resta, al netto delle battute e dei hashtag indignati, è il racconto di una pressione sociale che non concede tregua: sei troppo grassa, sei troppo magra, forse hai imbrogliato. E intanto, lei chiede soltanto di essere ascoltata, non guardata.

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