Il risarcimento a Sea Watch e la reazione della presidente Meloni: “Giudici premiano chi non rispetta la legge”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Tribunale di Palermo ha stabilito che lo Stato italiano dovrà corrispondere un risarcimento di oltre 76mila euro all’organizzazione non governativa Sea Watch, una somma – questa è la cifra indicata dai giudici – a copertura delle spese sostenute dalla nave Sea Watch 3 durante il periodo del fermo amministrativo, e a cui si aggiungono anche quelle legali. La decisione dei magistrati, che riguarda i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia oltre alla prefettura di Agrigento, trae origine dalla vicenda del giugno 2019, quando l’allora comandante Carola Rackete, alla guida dell’imbarcazione della ong, forzò il blocco navale per fare sbarcare a Lampedusa 42 migranti soccorsi in mare, un’azione che portò al sequestro della nave e all’arresto della stessa Rackete, poi scagionata da ogni accusa con la formula piena perché, come stabilirono le indagini, aveva agito nell’adempimento di un dovere, quello del salvataggio in mare previsto dalle convenzioni internazionali.

La motivazione alla base della sentenza di risarcimento, e che ha quindi dato ragione alla ong, risiede nella particolare dinamica che seguì il fermo: l’opposizione presentata al prefetto di Agrigento il 21 settembre 2019 non ricevette risposta nei termini, e questo silenzio dell’amministrazione, secondo la normativa vigente, avrebbe dovuto comportare la cessazione automatica del sequestro attraverso l’istituto del silenzio-assenso, ma la nave rimase ugualmente bloccata fino al 19 dicembre, quando un ricorso d’urgenza portò infine alla restituzione dell’imbarcazione. Furono quei mesi di trattenimento, ritenuti illegittimi in sede giudiziale, a generare le spese – per ormeggio, carburante e agenzie marittime – che ora lo Stato è chiamato a rimborsare, con l’aggiunta delle spese processuali.

“Una decisione che lascia senza parole”, l’intervento social della presidente del Consiglio

La reazione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non si è fatta attendere ed è arrivata nella serata di ieri attraverso un video pubblicato sui suoi canali social, nel quale la premier ha definito la pronuncia del tribunale siciliano come una decisione “che lascia letteralmente senza parole”, esprimendo sconcerto per un orientamento che, a suo avviso, finirebbe per premiare comportamenti contrari alla legge. Nel suo intervento, la presidente ha collegato questa sentenza all’assoluzione della comandante Rackete, avvenuta in un procedimento parallelo, sostenendo che l’una e l’altra cosa sarebbero il frutto di una medesima visione da parte di alcuni magistrati, quella per cui sarebbe consentito forzare un blocco di polizia in nome del contrasto all’immigrazione irregolare, una dinamica che Meloni ha definito paradossale e che ha voluto sottolineare con forza, chiedendosi quale sia il compito della magistratura se non quello di far rispettare le leggi dello Stato.

La presidente ha poi sottolineato come il risarcimento, che graverà sulle casse pubbliche e quindi, ha tenuto a precisare, sui cittadini italiani, vada a beneficio dell’organizzazione proprietaria della nave che all’epoca dei fatti era capitanata da Rackete, colei che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza durante le concitate fasi dell’attracco a Lampedusa. Il riferimento, nel ragionamento della premier, è alla catena di eventi che portarono al sequestro: l’imbarcazione venne trattenuta, spiegò allora il Viminale, proprio in conseguenza di quelle manovre pericolose e della violazione del blocco, e ora – questa la sua tesi – i giudici non solo non riconoscono la legittimità di quel provvedimento, ma condannano l’esecutivo a pagare.

Le ragioni della ong e la replica all’attacco del governo

Dall’altra parte, la ong Sea Watch ha commentato la sentenza con una nota in cui si afferma che, mentre il governo annuncia iniziative come il blocco navale e prosegue nella sua azione di contrasto alle organizzazioni umanitarie, il diritto, ancora una volta, finisce per dare ragione a quella che viene definita come disobbedienza civile, una disobbedienza che per l’organizzazione non è arroganza ma tutela del diritto internazionale contro chi, dall’alto di una posizione di potere, tenderebbe a calpestarlo. La portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi, è intervenuta per ribadire questo concetto, aggiungendo che, di fronte ai cadaveri che riaffiorano sulle coste italiane, il governo individua nelle ong il nemico da combattere invece di adoperarsi per prevenire ulteriori sciagure in mare, e che la reazione della maggioranza all’annuncio del blocco navale è stata quella dell’intimidazione, con l’accusa di arroganza rivolta a chi pratica i soccorsi, una accusa che però, a suo dire, viene smentita proprio dai tribunali quando riconoscono la conformità di quelle azioni al diritto del mare.

La vicenda giudiziaria, che affonda le sue radici in un episodio che segnò profondamente il dibattito politico di quegli anni, vede ora contrapposte due letture: da una parte quella del governo, per il quale si tratta di un ennesimo atto di una magistratura che ostacola le politiche di controllo dell’immigrazione, dall’altra quella della ong e dei suoi sostenitori, per i quali la sentenza non fa che certificare l’illegittimità di un provvedimento amministrativo e la necessità di rispettare gli obblighi internazionali in materia di salvataggi in mare.

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