La stoccata di Crepet e il caso della prof accoltellata: il nodo delle emozioni nella scuola
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Redazione Interno
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Il sangue versato in un’aula di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, ha riaperto una ferita che si credeva rimarginata con i protocolli e le parole d’ordine gettonate nei convegni ministeriali. Era il 25 marzo quando uno studente di tredici anni, nel corso di una diretta su Telegram, ha accoltellato la sua insegnante di francese, un gesto che ha rotto un altro argine, quello di una violenza che non trova più una classificazione netta tra disagio individuale e fallimento collettivo. E mentre la cronaca ricostruiva i contorni di quell’istante, con la vittima ancora visibilmente scossa e il minore affidato ai servizi sociali, il dibattito pubblico si è spostato immediatamente sulla ricerca di un colpevole, dimenticando forse che il problema era già cominciato molto prima dell’ingresso in classe di quel ragazzo. È in questo clima di smarrimento che si è inserita la voce di Paolo Crepet, psichiatra e osservatore inamovibile delle dinamiche educative, il quale ha rifiutato la soluzione più comoda: quella di additare i social network come unico capro espiatorio, una semplificazione che a suo avviso serve solo a sollevare le istituzioni dalle proprie responsabilità dirette.
Lo psichiatra contro la retorica della delega
La stoccata di Crepet, arrivata a caldo dopo l’accoltellamento, ha preso di mira un ministero che, pur annunciando continui interventi, sembra procedere a strappi senza una visione organica. Lo psichiatra ha ribadito un concetto che ripete ormai da anni – dal lontano 2016, come ha ricordato lui stesso, quando iniziò a denunciare la deriva pedagogica – e cioè che non si può chiedere agli insegnanti di fare gli assistenti sociali, gli psicologi o i genitori, se poi non si dà loro né il tempo né gli strumenti per farlo. Le sue parole sono suonate come un atto d’accusa verso chi, tra i banchi del potere, si limita a tagliare nastri o a proporre premi individuali – come nel caso del riconoscimento concesso dal ministro Giuseppe Valditara allo studente che ha disarmato il coetaneo e salvato la professoressa – mentre sfugge il problema strutturale. Per Crepet, ridurre tutto all’influenza di TikTok o alla banalità di una diretta streaming significa evitare di fare i conti con una generazione cresciuta nell’incapacità di riconoscere le proprie emozioni, un vuoto che la scuola, lasciata sola, non può colmare.
La voce degli psicoterapeuti e il caso dell’eroe
Parallelamente all’intervento di Crepet, altri esperti hanno provato a scandagliare le crepe del sistema. Matteo Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro di Milano, ha tentato di spostare l’attenzione dal gesto eclatante alla normalità del malessere, spiegando a margine del caso di Bergamo che l’adolescenza contemporanea esprime il proprio dolore attraverso modalità spesso incomprensibili agli adulti, ma che non possono essere liquidate con la sola condanna morale. E se Lancini ha provato a restituire complessità a un fenomeno che rischia di essere schiacciato dall’allarme mediatico, un’altra riflessione profonda è arrivata da Daniele Novara e dal suo staff del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, che hanno scelto di scrivere una lettera aperta rivolta direttamente agli insegnanti. In quella missiva, pubblicata nei giorni successivi all’accoltellamento, non c’è spazio per l’allarmismo, ma piuttosto per una lucida analisi di come la scuola abbia smarrito la funzione dell’educazione al conflitto, sostituendola con una sterile richiesta di sicurezza che finisce per anestetizzare i rapporti umani. L’accoglienza dello studente “eroe” a Roma – il ragazzo che ha avuto il coraggio di intervenire – ha rappresentato per il ministero un’occasione per celebrare un modello di reattività positiva, ma secondo molti osservatori ha anche messo in ombra la necessità di interrogarsi su cosa abbia fallito quella stessa istituzione nel prevenire la rabbia del suo compagno di classe.
La lettera aperta agli insegnanti e il senso della responsabilità
Daniele Novara, nella sua lettera aperta, ha toccato un nervo scoperto: quello della paura che oggi paralizza i docenti, spingendoli a concentrarsi più sul controllo che sull’educazione. La sua analisi parte dal presupposto che l’aggressione di Trescore Balneario non possa essere isolata come un fenomeno eccezionale, ma vada compresa come il sintomo più grave di una difficoltà relazionale diffusa, dove l’adulto non è più percepito come un riferimento autorevole, ma come un ostacolo da abbattere o, al contrario, come una figura fragile da proteggere in modo quasi inverso. Il metodo proposto dal CPP non si limita a piangere sulla scuola, ma invita a recuperare una funzione pedagogica perduta: quella di insegnare a gestire le divergenze, le frustrazioni, la rabbia, trasformando lo spazio dell’aula da luogo di possibile esplosione a laboratorio di cittadinanza. Questo approccio contrasta con la logica emergenziale che sembra aver guidato le prime reazioni istituzionali, incentrate sul premio per l’atto eroico (quello dello studente che ha disarmato) e sulla condanna esemplare del gesto violento, senza però intaccare quella che viene definita la “povertà educativa” emotiva, una condizione che rende molti ragazzi incapaci di tradurre in parole ciò che li tormenta.
Le voci di Crepet, Lancini e Novara, pur nelle differenze di accento, convergono quindi su un punto che il ministero dell’Istruzione, con la sua attuale dirigenza, fatica ad accogliere: la sicurezza nella scuola non si decreta con i voti in condotta o con i protocolli di emergenza, ma con un investimento continuo sulla formazione emotiva di chi insegna e di chi impara. La stoccata allo stesso ministro Valditara, in questo senso, è arrivata proprio per la distanza incolmabile tra le celebrazioni pubbliche (come l’accoglienza dell’eroe a Roma) e la mancanza di interventi strutturali capaci di fare da diga a un disagio che esplode nelle periferie come nei piccoli paesi della Bergamasca. L’accoltellamento della professoressa di francese, avvenuto mentre il mondo guardava attraverso lo schermo di Telegram, ha reso evidente una contraddizione: nella società della connessione permanente, il vuoto di ascolto autentico nella vita reale non è mai stato così profondo.




