La ragazza, la madre, il fratellino e i banchi di terza media: la conta delle vittime a Tumbler Ridge
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Redazione Esteri
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Il pomeriggio del 10 febbraio, a Tumbler Ridge, villaggio di duemilaquattrocento anime incastonato alle pendici delle Montagne Rocciose canadesi, l’orologio si è fermato alle 13:20. È in quel momento che una chiamata alla polizia a cavallo ha infranto l’isolamento di una comunità che, per conformazione geografica e abitudine, era sempre sopravvissuta al riparo dalle cronache che arrivano da sud, dagli Stati Uniti dove Donald Trump siede nuovamente alla Casa Bianca. Le Giubbe Rosse, entrate nella Tumbler Ridge Secondary School nel raggio di due minuti dalla segnalazione, si sono trovate davanti a una scena che la Royal Canadian Mounted Police faticherà a ricostrurare nella sua interezza, nonostante la mole di reperti e testimonianze raccolte. Sei corpi giacevano all’interno dell’istituto, un’altra persona è spirata durante il trasporto in ospedale e il sospettato, una volta identificato, è risultato essere tra i deceduti per ferita autoinflitta; ma il perimetro del massacro, come spesso accade quando la furia omicida si nutre di legami di sangue, si estendeva ben oltre le aule scolastiche.
Il sangue sottile della famiglia e le aule vuote per una settimana
Gli investigatori, muovendosi tra la scuola e una residenza privata di Fellers Avenue, hanno composto il mosaico di una strage che ha assunto i contorni della vendetta o forse, hanno ipotizzato gli ufficiali del North District, di una deliberata volontà annientatrice partita dalla cerchia più intima per poi deflagrare nel luogo pubblico. Jennifer Strang, trentanove anni, è stata ritrovata senza vita nella sua abitazione insieme a un bambino di undici anni, il fratellastro dell’assalitrice; un delitto, quest’ultimo, che ha costretto la polizia a ricalibrare l’intera narrativa investigativa, spostando l’asse dalle ipotesi di un raptus isolato a quelle di un piano strutturato. Jesse Van Rootselaar, diciotto anni, aveva abbandonato gli studi quattro anni prima e non frequentava più quell’edificio, ma evidentemente ne conservava memoria geografica e forse rancore: lo dimostrerebbe la scelta di colpire in successione la madre, il bambino e poi i cinque giovanissimi studenti di età compresa tra i dodici e i tredici anni, tre femmine e due maschi, tutti uccisi tra i banchi. Una educatrice di trentanove anni, della quale le autorità non hanno ancora divulgato l’identità completa in attesa della notifica ai congiunti, è stata trovata senza vita accanto ai ragazzi, quasi a comporre una geometria funebre che unisce vittime e carnefici in un unico, indecifrabile disegno autodistruttivo.
Il boato nel silenzio delle Montagne Rocciose e le 25 barelle
Il bilancio, destinato a rimanere impresso nella memoria nazionale accanto a quello della strage di École Polytechnique del 1989 e alle ventidue vittime di Gabriel Wortman in Nuova Scozia nell’aprile 2020, parla di nove civili massacrati e di un’autrice suicida, ma la conta dei feriti — ventisette persone secondo gli ultimi aggiornamenti diffusi dai servizi sanitari di emergenza — tiene ancora in sospeso il destino di due ragazze, una dodicenne e una diciannovenne, trasportate in condizioni critiche con elitram via e tuttora ricoverate in unità ad alta intensità di cura. Il centro sanitario di Tumbler Ridge, sopraffatto dall’ondata di pazienti, ha lavorato ore sotto regime di accesso contingentato mentre gli infermieri psichiatrici, inviati dal ministero dell’Istruzione provinciale, hanno cominciato a presidiare la cittadina già dalla notte dell’attentato. Il sindaco Darryl Krakowka, intervistato mentre era ancora rinchiuso in una stanza blindata del municipio, ha confessato ai cronisti che avrebbe conosciuto personalmente ogni singola persona uccisa, avendole incrociate per strada o viste crescere nei diciotto anni del suo mandato; un’intimità demografica che trasforma una statistica in un elenco funebre quasi familiare.
Il ricordo di Portapique e le leggi strette tra Ottawa e le praterie
La dinamica dell’attacco, sebbene ancora priva di una motivazione certificata dagli inquirenti — i quali hanno pubblicamente ammesso che forse non riusciranno mai a determinarla con certezza — ha immediatamente riattivato il dibattito sulla circolazione delle armi in un Paese che, diversamente dal vicino americano, dispone di un impianto normativo tra i più rigorosi del continente. Dal 2020 Ottawa ha messo al bando oltre duemilacinquecento modelli di armi definiti d’assalto, inclusi fucili semiautomatici come l’AR-15, e ha istituito un programma di ricompensa volontario che, attraverso un fondo da 248,6 milioni di dollari, dovrebbe incentivare la consegna di circa centotrentaseimila ordigni proibiti; eppure la resistenza di alcune province, Saskatchewan e Alberta in testa, ha generato un cortocircuito giuridico per cui i possessori di armi in quei territori rischiano di vedersi negato il rimborso federale, incastrati tra l’obbligo di disfarsi delle carabine e l’ostruzionismo dei governi locali che rifiutano di partecipare al piano. La piccola Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica, diventa così non solo il teatro di una tragedia scolastica, ma l’emblema di una contraddizione nazionale: quella di un Paese che, pur non avendo la cultura bellicista statunitense, continua a contare i propri morti a raffiche intermittenti mentre i capi di polizia, come il commissario Don MacLean ad Halifax, denunciano il nesso tra violenza domestica e disponibilità di armamenti, chiedendo meno fucili nelle case e più risorse per intercettare i segnali, quelli sì, sempre inascoltati, di chi — come una diciottenne ritrovata senza vita accanto ai suoi ex compagni — forse gridava aiuto da anni.




