Dieci morti nella sparatoria di Tumbler Ridge: la polizia identifica una donna, nessuna certezza sul movente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La piccola Tumbler Ridge, circa duemilaquattrocento anime arroccate nelle falde delle Montagne Rocciose canadesi, a oltre mille chilometri da Vancouver, non aveva mai visto nulla di simile; non aveva visto nessuno dei fotogrammi che pure, ieri, arrivavano sul telefono di un ragazzo di diciassette anni chiuso dentro l’aula di meccanica mentre l’allarme suonava nei corridoi e sua madre, Shelley, sentiva gli scarponi della polizia sfondare la porta della classe per poi precipitarsi a piedi, un isolato, verso il centro ricreativo dove l’avrebbero riportato. Il bilancio, ancora provvisorio perché gli investigatori della Royal Canadian Mounted Police continuano a setacciare le abitazioni, parla di dieci vite spezzate. Sette corpi sono stati recuperati all’interno della Tumbler Ridge Secondary School, sei di vittime e uno – ha riferito il sovrintendente Ken Floyd – di colei che la polizia ritiene essere l’autrice della strage, una donna trovata senza vita con una ferita che gli agenti definiscono autoinflitta. Un’ottava persona è spirata durante il trasferimento in elicottero, mentre due cadaveri giacevano in una residenza poco distante, quello che le fonti ufficiali chiamano un “secondo luogo” e che gli inquirenti ritengono collegato senza però aggiungere altro, almeno per ora.

Due minuti per intervenire, due ore dietro le barricate

La chiamata al 911 è partita alle tredici e venti, ora locale, e la risposta è stata immediata: il premier David Eby, nel corso della conferenza stampa serale, ha sottolineato come gli agenti fossero sulla scena in meno di centoventi secondi, una rapidità che secondo la sollecitatrice generale Nina Krieger ha indiscutibilmente impedito un conteggio ancora più alto. Il grosso degli studenti, centosessanta ragazzi dalla settima alla dodicesima classe, è stato evacuato o confinato dietro porte sprangate con tavoli e sedie; tra loro Darian Quist, che ha raccontato all’emittente pubblica di aver ricevuto fotografie agghiaccianti mentre il coprifuoco interno si prolungava per centoventi minuti interminabili, un tempo sospeso in cui la realtà – ha provato a spiegare – assomigliava a un televisore acceso su una storia lontana. La polizia non ha diffuso i nomi delle vittime, impegnata nella notifica ai familiari, e il sindaco Darryl Krakowka, diciannove anni vissuti nella città mineraria, ha anticipato senza infingimenti che conoscerà ciascuno di loro: «Non li chiamo residenti, li chiamo famiglia».

L’identificazione della sospettata e il silenzio sulle ragioni

Una scuola chiusa e il peso della rarità

Che in Canada gli attacchi armati contro istituti scolastici siano statisticamente anomali – la strage del Politecnico di Montréal nel 1989 resta il termine di paragone obbligato, quattordici studentesse uccise solo perché donne – non rende la conta dei corpi meno netta né la comunità meno esposta. Il consigliere comunale Chris Norbury, intervistato dalla BBC, ha ricordato che lì non si chiudono le porte a chiave, che tre auto della RCMP rappresentano l’intera flotta locale e che ora quelle stesse porte, presumibilmente, molti le terranno sprangate. L’istituto superiore, come confermato dal distretto scolastico, resterà chiuso per l’intera settimana, e le lezioni – quando riprenderanno – ripartiranno da un trauma collettivo che il preside della Columbia Britannica, Eby, ha ricondotto alla fragilità di un’abitudine: quella di mandare i figli a scuola aspettandosi di rivederli la sera. Nessuna dichiarazione ufficiale, al momento, ha specificato il tipo di arma utilizzata, e nessuna certezza è stata fornita circa l’eventuale possesso di licenze o la provenienza della pistola; gli inquirenti, ancora impegnati nelle perquisizioni domiciliari, mantengono un riserbo che appare dettato non solo dalla prassi ma anche dallo smarrimento dinanzi a una mattange senza precedenti per questa vallata di duemila anime.

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