Sanremo, la notte delle cover tra conferme e bocciature: promossi Chiello, Nayt e Dargen D'Amico, Patty Pravo nella bufera
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La serata più attesa del Festival, quella dedicata ai duetti e alle rivisitazioni, ha regalato al pubblico dell’Ariston e a quello da casa un caleidoscopio di emozioni, esibizioni tecnicamente sorprendenti e, come da copione, qualche caduta di stile che non è passata inosservata agli occhi dei critici più attenti. Se da un lato l’irriverenza di Ditonellapiaga e TonyPitony con “The Lady is a Tramp” ha convinto al punto da valere loro il primo posto nella classifica di serata -8, dall’altro il verdetto delle pagelle, specialmente quelle stilate dalla sala stampa, ha disegnato una geografia di giudizi ben più articolata e spietata di quanto la top ten ufficiale lasci intendere. La gara delle cover, che come noto non incide sulla classifica generale del Festival, è stata vinta dalla potenza vocale di Giorgia e Annalisa in “Skyfall” -2, ma a emergere con forza è stato soprattutto il parere di chi certe sfumature le sa riconoscere al primo ascolto.
L’analisi delle esibizioni, al netto del risultato numerico, rivela come l’operazione di Chiello, affiancato a Rose Villain, abbia diviso profondamente gli osservatori. La loro interpretazione di “Fiori di rosa, fiori di pesco” di Battisti, nonostante le aspettative, ha raccolto più di una perplessità. Se Rose Villain ha mostrato una certa padronanza del palco, il contributo di Chiello è stato giudicato da alcuni come dozzinale, quasi da karaoke, finendo per appesantire la resa complessiva del brano. Eppure, altre fonti indicano che il cantante, pur dovendo fare i conti con l’assenza di Morgan, abbia offerto una performance intensa su “Mi sono innamorato di te” di Tenco -8, dimostrando come la percezione del pubblico e della critica possa talvolta viaggiare su binari distinti, creando un dibattito che arricchisce la narrazione del Festival.
La notte dei tormentoni e i giudizi senza appello
Ad aprire le danze, con il compito non semplice di scaldare il platea, era stata chiamata Elettra Lamborghini. L’ereditiera, in un tripudio di pois assieme alle spagnole Las Ketchup, ha riportato l’Ariston all’inizio del secolo con il tormentone “Aserejé”, e la sua performance è stata giudicata tutto sommato divertente e per niente sfigurata al cospetto delle ospiti internazionali. In un contesto di sana leggerezza, si è inserita l’esibizione di Eddie Brock, che con Fabrizio Moro ha confermato la cifra stilistica già vista in gara: un urlo primordiale e continuo che, nell’interpretazione di “Portami via”, ha rischiato di trasformarsi in un eccesso di pathos, un’urla al quadrato che non ha convinto del tutto i più scettici.
Sul versante opposto, tra le esibizioni promosse a pieni voti spiccano quelle di Nayt e Dargen D’Amico, artisti capaci di portare sul palco contenuti di spessore al di là del semplice esercizio di stile. Nayt, in duetto con Joan Thiele, ha scelto di omaggiare Fabrizio De André, un’operazione sempre rischiosa ma che è stata condotta con rispetto e sensibilità. Dargen D’Amico, invece, ha utilizzato la ribalta per lanciare un messaggio forte: reinterpretando “Su di noi” con Pupo e Fabrizio Bosso, ha voluto inserire una riflessione contro la guerra, dichiarando esplicitamente di non essere lì per ammazzare gente, dimostrando come la musica possa farsi portatrice di istanze civili anche in una cornice apparentemente leggera come quella del Festival.
L’omaggio di Morandi e la delusione per Patty Pravo
La serata è stata anche un susseguirsi di sorprese e di momenti familiari, come quando Gianni Morandi è salito sul palco per cantare “Vita” con il figlio Tredici Pietro, regalando al pubblico un attimo di commozione autentica. Un clima ben diverso da quello che ha circondato l’esibizione di Patty Pravo. La cantante, accompagnata dalla danza del primo ballerino della Scala Timofej Andrijashenko mentre intonava “Ti lascio una canzone” -8, è finita al centro delle bocciature più pesanti. La sua performance, attesissima, non ha soddisfatto le aspettative della critica, che non ha esitato a definirla fuori luogo o poco incisiva, confermando come la serata delle cover sia spesso un terreno minato anche per i nomi più blasonati della musica italiana.
Si è distinto positivamente il trio composto da Maria Antonietta, Colombre e Brunori Sas, che con “Il Mondo” di Jimmy Fontana hanno offerto una versione raffinata e malinconica, capace di toccare le corde dell’anima. Nella stessa scia, Tommaso Paradiso con gli Stadio ha riportato alla luce “L’ultima luna” di Lucio Dalla, un classico del 1979, dimostrando che il repertorio cantautorale italiano, quando è ben interpretato, ha ancora un fascino senza tempo e sa emozionare le generazioni presenti in sala. La notte si è conclusa con la consapevolezza che, tra alti e bassi, la musica dal vivo ha ancora la forza di sorprendere, e che i verdetti, spesso, dicono molto meno delle sfumature.




