Il pm Liguori e la geometria del delitto di Anguillara: quel coltello nascosto “all’abbisogna” e i quaranta minuti impossibili.

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La morte di Federica Torzullo, hanno scritto ieri in molti riprendendo la nota del procuratore capo di Civitavecchia, è ormai un “dato acquisito”; meno scontata, invece, e tutt’altro che definita, è l’architettura temporale e logistica che ha permesso a Claudio Carlomagno – reo confesso, ma solo fino a un certo punto – di cancellare ogni traccia della moglie in un lasso di tempo che la scienza investigativa, oggi, fatica a considerare credibile -1-2. Il magistrato, Alberto Liguori, scava nel paradosso di quei quaranta minuti – quelli che intercorrono, nella versione dell’indagato, tra l’aggressione e la completa eliminazione del Corpo – e lo fa con una precisione lessicale che trasforma un comunicato stampa in un atto d’accusa implicito, costruito per sottrazione e per ipotesi indiziaria.

A emergere, nelle carte depositate, non è soltanto la cruda meccanica di un femminicidio maturato nella testa di un uomo che non voleva lasciare la villa di proprietà della moglie, ma l’immagine nitida di una pianificazione domestica e silenziosa. Il procuratore parla di un coltello “occultato all’abbisogna”, e l’avverbio, scelto con cura, tradisce la premeditazione: l’arma era già lì, pronta, in attesa di quell’ultimatum che Federica aveva pronunciato durante le feste natalizie. Lei, stanca dell’ostruzionismo del marito, aveva fissato il confine: dopo l’11 gennaio, al rientro da un viaggio in Basilicata, le vite si sarebbero separate anche fisicamente, con turni di custodia del figlio e domicili distinti -4-7. Carlomagno, da parte sua, la “melina” – termine dialettale che Liguori usa senza virgolette, quasi a voler restituire la stanchezza di quella trattativa infinita – l’aveva protratta finché ha potuto; quando ha realizzato che i piani sarebbero saltati con decorrenza da quella domenica, ha recuperato la lama e ha agito.

Ed è qui che il ragionamento della procura si fa più tortuoso e, insieme, più lineare. Perché il nodo non è più il movente – ormai acclarato nel rifiuto della donna a mantenere il legame e nella volontà del marito di preservare quella “confort zone” rappresentata dall’appoggio logistico dei suoceri e dalla permanenza nell’abitazione -1-4 – ma ciò che avviene dopo. Le perizie autoptiche, ancora al vaglio dei consulenti, e l’analisi forense dei dispositivi cellulari sequestrati dovranno stabilire un fatto preciso: se Carlomagno, che pure ha confessato l’omicidio, abbia davvero agito in perfetta solitudine -3-5.

L’inverosimiglianza della solitudine e la buca predisposta

La finestra temporale stretta – la sera dell’8 gennaio o la mattina del 9, forse in ambienti diversi dal bagno – non è l’unico elemento che spinge gli inquirenti a ipotizzare la presenza di “terze persone” in fasi antecedenti, coeve o successive al delitto. C’è, nella ricostruzione della procura, un passaggio che suona come un’architrave logica difficilmente scalfibile: la predisposizione della buca -2-7. Scavare una fossa, e farlo in un’area aziendale riconducibile all’indagato, richiede tempo, mezzi e – ipotizza l’accusa – verosimilmente qualcuno che abbia sorvegliato o agevolato l’operazione. L’uomo, imprenditore nel settore degli scavi, certo avrebbe potuto farlo da solo; ma la procura si chiede, tra le righe di una nota asciutta e priva di enfasi, come abbia potuto contestualmente colpire Federica, occultare o bruciare il – forse nel cassone di un camion, forse direttamente nella buca – e ripulire ogni traccia in meno di tre quarti d’ora -4-9. Un’impresa che Liguori definisce, con understatement investigativo, “inverosimile”.

A ciò si aggiunge il silenzio dell’arma del delitto: quel coltello, occultato in previsione del gesto, non è mai stato rinvenuto. E se la scientifica, oggi, può ricostruire la dinamica dei colui anche senza il ferro del delitto, resta il fatto che un oggetto ingombrante e compromettente non sparisce nel nulla senza che qualcuno, magari, lo abbia fatto sparire per lui -6-7. Le indagini, dunque, procedono su un doppio binario: da un lato la certezza della responsabilità diretta del coniuge, dall’altro l’esplorazione sistematica di una regia occultata, di mani che potrebbero aver aiutato a scavare, a trasportare, a tacere.

La richiesta di spegnere i riflettori sul figlio

Nella lunga nota del procuratore, però, non c’è solo la ricostruzione tecnica degli indizi. C’è un passaggio, quasi incidentale, che merita attenzione perché sposta l’asse dall’inchiesta alla responsabilità collettiva. Liguori, con una formula inconsueta per un atto giudiziario, invoca una “sorta di self-restraint” rivolto a difensori, consulenti, parti offese e, in modo particolare, agli organi di informazione -1-4. L’oggetto del richiamo è il figlio della coppia, un bambino di nove anni – o forse dieci, le fonti oscillano e il dato, in questo frangente, è meno rilevante della sostanza – la cui vita quotidiana è stata dissezionata in pubblicazioni che nulla hanno a che vedere con l’accertamento processuale. La lista dei giochi richiesti, una lettera indirizzata al padre detenuto, l’audizione protetta, il collocamento provvisorio, le abitudini familiari: dettagli che, una volta immessi nel circuito mediatico, si trasformano in macigni -4.

Il procuratore non contesta il diritto di cronaca, né la legittima sete di giustizia; mette in guardia, piuttosto, dalla perpetuazione della sofferenza. Perché quel bambino vive ad Anguillara, frequenterà quelle strade, quelle aule scolastiche. E in una comunità ristretta – il termine “comunità” non viene usato, ma il concetto è quello – l’etichetta di “figlio del femminicida” o “orfano di femminicidio” diventa un marchio indelebile, alimentato proprio dalla narrazione bulimica di dettagli superflui -1-4. Liguori chiede di spegnere i riflettori, restituendo al minore quella dimensione privata che il delitto gli ha già sottratto con violenza. Una richiesta che non è una censura, ma un monito: il processo si fa in aula, non sulle pagine dei giornali, e il dolore non si misura in ascolti.

Il peso della parola scritta e i tempi della scienza

Resta, sul tavolo del procuratore, l’attesa del dato scientifico. Le consulenze tecniche – l’autopsia, ormai depositata nei suoi esiti quantitativi sebbene non ancora integralmente formalizzata, e l’estrazione dei dati dai cellulari sequestrati – rappresentano l’ago della bilancia -8-10. Saranno quelle relazioni a confermare o smentire l’ipotesi di una regia condivisa, a localizzare con precisione il luogo del delitto, a certificare se i tempi dell’uccisione e quelli dell’occultamento siano effettivamente compatibili con un’azione solitaria. Fino ad allora, la procura tiene aperto uno spazio per l’indagato, una possibilità di chiarimento che Carlomagno, nei due interrogatori finora sostenuti, non ha colto -4-5.

Non c’è, nelle parole di Liguori, alcuna concessione alla retorica né alcuna anticipazione di sentenza. C’è, piuttosto, la fatica di tenere insieme i fili di un’indagine che si muove su piani distinti: l’accertamento della verità storica, la tutela dei soggetti deboli, la gestione di una comunicazione pubblica che troppo spesso confonde l’indizio con la prova. Il femminicidio di Anguillara è, sotto questo profilo, un caso esemplare della complessità giudiziaria contemporanea, dove la cronaca corre più veloce della scienza e le opinioni si cristallizzano prima ancora che i consulenti abbiano finito di contare le tracce ematiche.

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