Hantavirus, nuovo contagio dal focolaio della Hondius: colpito un passeggero sbarcato a Zurigo
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Redazione Esteri
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Non si placa l’emergenza sanitaria legata alla nave da crociera MV Hondius, al largo delle coste africane dopo la drammatica emersione di un focolaio di hantavirus che ha già causato tre vittime tra i passeggeri. Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità coordina le operazioni di evacuazione per altri tre malati ancora a bordo, diretti verso un ospedale nei Paesi Bassi, un nuovo caso è emerso a terra in un luogo del tutto imprevisto: il centro di Zurigo. A finire in ospedale, infatti, è stato un cittadino svizzero che aveva lasciato l’imbarcazione nei giorni scorsi; l’uomo, rientrato a casa propria dopo la fine del viaggio in Sudamerica, ha iniziato a manifestare i sintomi caratteristici della polmonite interstiziale solo dopo il suo ritorno in Europa. Ricoverato d’urgenza nel reparto di malattie infettive dell’ospedale universitario della città, gli esami hanno confermato il peggior sospetto: si tratta del ceppo Andes dell’hantavirus, lo stesso che ha funestato la crociera partita da Ushuaia lo scorso mese.
Il ceppo sudamericano e la rara trasmissione tra uomo e uomo
La particolarità di questo focolaio, come stanno accertando le autorità sanitarie internazionali, risiede nella natura stessa del patogeno. A differenza delle varianti europee che si contraggono solo attraverso l’inalazione di aerosol contaminati da escrementi di roditori, il ceppo Andes – endemico soprattutto tra Argentina e Cile – possiede una capacità eccezionale e documentata: quella di trasmettersi, seppur raramente, da uomo a uomo attraverso i fluidi e il contatto stretto. Il ministero della Salute sudafricano, paese dove si trova attualmente il di una delle vittime e dove un altro passeggero britannico è ricoverato in terapia intensiva, ha confermato il sequenziamento del virus. Proprio questa evidenza molecolare spiega la dinamica dell’infezione a bordo della Hondius, un ambiente chiuso e affollato dove la prossimità tra i cabine ha probabilmente favorito il salto di specie tra i contagiati. L’Oms ha già dichiarato che, in base alle indagini epidemiologiche, è plausibile che si sia verificata una trasmissione interumana limitata ai contatti molto stretti, una ipotesi che rende il caso dell’uomo di Zurigo particolarmente rilevante per i protocolli di sorveglianza.
La catena dei contagi e i trasferimenti d’emergenza
Il bilancio ufficiale, sebbene in evoluzione, parla di almeno sette infezioni accertate a bordo della MV Hondius. Di questi, tre passeggeri – di nazionalità olandese e tedesca – non ce l’anno fatta, soccombendo alla rapida progressione della sindrome da distress respiratorio acuto. Altri tre pazienti con sintomi sospetti sono stati appena evacuati dall’imbarcazione, che stazionava da giorni al largo dell’arcipelago di Capo Verde; l’operazione, resa possibile dalla complessa sinergia tra l’Oms, le autorità di Spagna, Regno Unito e Paesi Bassi, ha permesso di allontanare i malati verso strutture attrezzate per il supporto respiratorio intensivo. L’elemento che distingue il cittadino svizzero dagli altri contagiati è tuttavia la sua posizione geografica: lui non è più in isolation nella cabina della nave né in volo verso l’Europa occidentale, ma era già tornato alla sua vita quotidiana a Zurigo viaggiando potenzialmente sui mezzi pubblici, prima che la febbre e la tosse lo costringessero a letto.
Le misure di isolamento a Zurigo e il rischio per la popolazione
L’uomo, che aveva appena concluso la crociera con la moglie attraversando il Sudamerica, si è presentato dal medico di famiglia dopo l’insorgenza dei sintomi, venendo immediatamente indirizzato all’ospedale universitario. Qui, i test di laboratorio – condotti dal centro di referenza nazionale – hanno confermato la positività al virus, portando al suo immediato ricovero in una camera sterile. La moglie, al momento asintomatica, si è spontaneamente sottoposta a un periodo di autoisolamento domiciliare per scongiurare il rischio di secondi contagi nella comunità elvetica; le autorità cantonali stanno comunque ricostruendo gli spostamenti della coppia nei giorni precedenti la diagnosi, per identificare eventuali contatti stretti che possano essere stati esposti. L’Ufficio federale della sanità pubblica ha tenuto a precisare che, sebbene la notizia possa destare apprensione, il rischio per la popolazione generale rimane molto basso. In Svizzera, il virus è estremamente raro (negli ultimi anni si registrano al massimo sei casi annuali) e, come spiegano gli esperti, la trasmissione richiede un contatto fisico ravvicinato e prolungato, una condizione difficile da replicare nelle normali interazioni sociali quotidiane.




