Chile, l'ultradestra di José Antonio Kast vince il ballottaggio presidenziale
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Redazione Esteri
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Il sistema politico cileno, dopo un quadriennio di governo di sinistra, ha compiuto una virata decisa verso l'estremismo conservatore, eleggendo alla massima carica José Antonio Kast, leader del Partido Republicano, il quale ha sconfitto nettamente, con un margine che i risultati preliminari del Servel rendono ormai inattaccabile, la candidata della coalizione di centrosinistra Unidad por Chile, Jeannette Jara. Un ballottaggio, quello di domenica, che ha registrato una partecipazione elettorale intensa, frutto di una polarizzazione sociale divenuta il tratto distintivo di una campagna condotta sui toni dello scontro frontale, dove le promesse di radicale cambiamento hanno avuto la meglio sulle proposte di continuità.
Il programma "legge e ordine" di ispirazione trumpiana
Kast, figura politica che diversi osservatori, non senza polemiche, hanno definito la più a destra degli ultimi trentacinque anni, ha costruito il proprio successo su un manifesto elettorale di chiara ispirazione trumpiana, imperniato su concetti forti e divisivi come "sicurezza" e "ordine". Il nuovo presidente, che insedierà il proprio governo nel marzo del 2026, ha fatto della lotta alla criminalità, i cui tassi hanno toccato livelli storicamente elevati generando un diffuso sentimento di allarme nella popolazione, uno dei suoi cavalli di battaglia, promettendo un pugno di ferro. Altrettanto centrale nel suo discorso pubblico è stata la questione migratoria, sulla quale ha annunciato misure drastiche, che includono l'espulsione di centinaia di migliaia di persone e la chiusura del confine settentrionale, misure che hanno trovato un terreno fertile in una parte della società stanca delle convulsioni sociali e desiderosa di stabilità.
Una vittoria che riscrive gli equilibri politici
La vittoria di Kast, che si attesta intorno al 58% dei consensi, rappresenta dunque un punto di svolta nella storia recente del Paese andino, segnando non soltanto il ritorno al potere della destra, ma di una sua componente estrema e intransigente, che aveva fino a oggi faticato a superare lo scrutinio delle urne. L'affermazione del leader repubblicano, del resto, giunge al termine di un ciclo politico aperto dalle grandi proteste del 2019, il quale, nonostante l'elezione di un'assemblea costituente con il mandato di sostituire la carta fondamentale ereditata dall'era Pinochet, non è riuscito a placare le ansie di molti cileni, i quali hanno finito per premiare un programma di netta rottura. La sconfitta di Jeannette Jara, che pure poteva contare sul sostegno di un ampio fronte di partiti, evidenzia la profondità della frattura e la volontà di una fetta maggioritaria dell'elettorato di voltare pagina, accettando le radicali soluzioni proposte.
Le sfide immediate di un paese diviso
Il mandato di Kast si annuncia, per sua stessa ammissione, come un esperimento di "governo d'ordine", chiamato a tradurre in provvedimenti concreti, in un quadro economico nazionale ancora fragile, quelle promesse di sicurezza e rigore che hanno convinto gli elettori. Il nuovo esecutivo dovrà immediatamente confrontarsi con una serie di nodi strutturali, dall'immigrazione alla gestione dell'ordine pubblico, fino al rilancio della crescita, in un contesto internazionale complesso. La polarizzazione, che ha caratterizzato la campagna e il voto, non si dissiperà con il semplice annuncio dei risultati, ma costituirà piuttosto lo sfondo sul quale il nuovo presidente dovrà muoversi, tentando di unire un paese che si è espresso attraverso due visioni del mondo tra loro diametralmente opposte.




