Olanda dice no all’Eurovision 2027: “Non è più un evento neutrale” per la presenza di Israele
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’annuncio è arrivato nella tarda mattinata del 21 agosto, direttamente da Hilversum, la cittadina olandese che ospita gli studi della radiotelevisione pubblica: i Paesi Bassi non prenderanno parte alla 71esima edizione dell’Eurovision Song Contest, in programma dall’11 al 15 maggio 2027 nella bulgara Arena Burgas.
A comunicare ufficialmente il ritiro è stata Avrotros, l’emittente che da anni cura la partecipazione olandese al concorso e che, tra l’altro, nel 2019 aveva portato al trionfo Duncan Laurence con il brano “Arcade”, per poi organizzare l’edizione del 2021 nella città di Rotterdam insieme alle consorelle Npo e Nos.
La decisione, per quanto attesa da molti addetti ai lavori dopo i precedenti dello scorso anno, suona comunque come una scelta politica di grande peso nel quadro delle tensioni internazionali che ormai da mesi investono il Vecchio Continente, e in particolare il mondo della cultura e dello spettacolo.
Le ragioni del boicottaggio secondo Avrotros
Secondo quanto si legge nella nota diffusa dall’emittente, il motivo del boicottaggio risiede nella mancata neutralità dell’evento, un principio che, nelle intenzioni dei fondatori dell’Eurovision, avrebbe dovuto rappresentare il pilastro su cui si regge l’intera manifestazione. “L’Eurovision Song Contest è nato con lo scopo di unire persone e nazioni – si legge nel comunicato – eppure, nelle condizioni attuali, non può più considerarsi un appuntamento apartitico o equidistante”.
Il riferimento, chiaro e circostanziato, è alla presenza di Israele tra i Paesi partecipanti, nonostante il suo coinvolgimento, da oltre un anno, in un conflitto militare su vasta scala nella striscia di Gaza. La scelta olandese, peraltro, arriva al termine di una fase di pressioni diplomatiche esercitate dall’emittente stessa nei confronti dell’Unione europea di radiodiffusione (Uer), l’ente che organizza il concorso, per ottenere l’istituzione di regole trasparenti e condivise che stabiliscano criteri oggettivi di ammissione per gli Stati impegnati in guerre o operazioni belliche.
Il secondo anno consecutivo di assenza
Questo provvedimento rappresenta il secondo atto consecutivo di diserzione da parte dei Paesi Bassi, che già nell’edizione del 2026 avevano scelto di non inviare un proprio rappresentante a seguito delle stesse motivazioni, e che ora ribadiscono con forza la loro posizione, rendendola strutturale fino a quando non si registrerà un cambiamento sostanziale nelle politiche di partecipazione.
La continuità nel boicottaggio, sottolineano fonti vicine alla dirigenza di Avrotros, non è dettata da un semplice gesto simbolico, ma da una valutazione ponderata dei limiti etici e deontologici che un’emittente pubblica, finanziata con denaro dei contribuenti, dovrebbe osservare quando si trova a dover scegliere se associare il proprio marchio a una kermesse che, di fatto, legittima la presenza di un governo straniero attivamente impegnato in operazioni militari.
Il fatto che l’Eurovision si svolga quest’anno in Bulgaria, Paese membro dell’Unione europea ma tradizionalmente vicino a posizioni filorusse e con un rapporto complesso con il mondo arabo, non ha attenuato le critiche olandesi, che anzi hanno trovato nuovo vigore nelle dichiarazioni pubbliche dei vertici di Npo, l’organizzazione che sovrintende al servizio pubblico radiotelevisivo dei Paesi Bassi e che ora dovrà subentrare per gestire l’eventuale ripensamento o per prendere atto della rinuncia definitiva.
La posizione dell’Uer e i precedenti dell’Eurovision
L’Unione europea di radiodiffusione, da parte sua, non ha ancora rilasciato un commento ufficiale di pari passo con l’annuncio di Avrotros, ma fonti interne alla sede di Ginevra fanno sapere che la richiesta olandese di fissare paletti chiari per l’ammissione dei Paesi in conflitto è al centro di un acceso dibattito tra i membri del comitato esecutivo, anche se al momento non si intravede una soluzione che possa soddisfare tutte le parti coinvolte.
Va ricordato, in proposito, che il regolamento dell’Eurovision non prevede esplicitamente clausole di esclusione per motivi bellici, limitandosi a richiedere che il partecipante sia un’emittente attiva e in regola con il pagamento dei diritti di trasmissione; questa lacuna normativa, denunciata più volte dagli olandesi, ha permesso a Israele di concorrere senza intoppi anche nelle scorse edizioni, nonostante le proteste di vari movimenti pacifisti e di alcune delegazioni nazionali.
L’esempio più calzante rimane quello dell’edizione del 2024, quando la cantante israeliana Eden Golan aveva gareggiato a Malmö tra contestazioni e misure di sicurezza straordinarie, e la stessa Avrotros aveva già minacciato un boicottaggio che poi non si era concretizzato per il 2025, salvo diventare realtà l’anno successivo.
L’impatto sul concorso e le reazioni in Bulgaria
La defezione olandese, per quanto circoscritta a un singolo Paese, rischia di avere un effetto domino sulle altre emittenti europee, alcune delle quali già in passato avevano manifestato perplessità sull’opportunità di mantenere Israele tra i concorrenti: la stampa belga, ad esempio, riporta aperture in tal senso da parte della Vrt fiamminga, mentre in Scandinavia il dibattito è acceso e coinvolge sia i media pubblici che quelli privati.
A Burgas, intanto, gli organizzatori locali hanno accolto con rammarico la notizia, pur sottolineando che il concorso si terrà regolarmente e che la biglietteria, già aperta da qualche settimana, sta facendo registrare un buon afflusso di richieste; il sindaco della città, Dimitar Nikolov, ha dichiarato ai media bulgari che l’assenza dei Paesi Bassi, seppur spiacevole, non compromette la qualità della manifestazione, e che la Bulgaria farà di tutto per garantire un’edizione all’altezza delle aspettative.
Tuttavia, ciò che rende questa vicenda particolarmente complessa non è tanto l’aspetto organizzativo, quanto la sua natura politica: per la prima volta, una rinuncia di così ampio respiro viene motivata non da ragioni economiche o di gradimento popolare, ma da un’obiezione di coscienza collettiva sollevata da un intero sistema radiotelevisivo nazionale, che chiede a gran voce una revisione delle regole del gioco.
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