Naufragio nel ciclone, oltre mille vite inghiottite dal mare
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Redazione Interno
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Mentre il ciclone Harry, un evento meteorologico di rara violenza, si abbatteva sulle coste della Sicilia, della Calabria e della Sardegna provocando danni ingenti sulla terraferma, un'altra tragedia, assai più silenziosa e per questo ancor più straziante, si consumava al largo delle rotte che dalla Tunisia e dalla Libia puntano verso l'Italia. I venti impetuosi e i marosi altissimi hanno infatti fatto spezzare e capovolgere, secondo le ricostruzioni, una decina di barconi stracarichi di esseri umani, trascinando negli abissi del Mediterraneo centrale un numero di persone che le testimonianze e le denunce delle organizzazioni umanitarie stimano poter superare il migliaio. Una strage di proporzioni immense, dunque, che non lascia però il consueto, macabro ritrovamento di corpi sulle spiagge, rendendola per molti versi un'ecatombe invisibile, documentata solo dai racconti straziati dei sopravvissuti e dai disperati appelli dei familiari dei dispersi.
La testimonianza del superstite e il vuoto delle notizie
Ramadan Konte, uno dei pochissimi scampati al naufragio, racconta con parole spezzate una scena di caos e terrore: «La barca si è capovolta all'improvviso, tra le onde altissime, e non trovo più la mia famiglia». La sua voce, come quella di tanti altri che da giorni denunciano la scomparsa di mogli, mariti e figli partiti in quei giorni fatali, si perde in un desolante vuoto di informazioni ufficiali. Laura Marmorale, presidente di un'associazione che dal 2018 opera nei soccorsi in mare, non usa mezzi termini parlando di «oltre mille morti» e definendo l'accaduto «una strage invisibile», proprio perché l'assenza di corpi rende la tragedia, se possibile, ancor più astratta e difficile da quantificare nelle sue reali dimensioni. Quando, in simili contesti, si parla di "dispersi", la speranza di un loro ritrovamento è minima, quasi un'illusione che si scontra con l'immensità e l'insondabilità del mare.
Le partenze dalla Tunisia e il ruolo ambiguo delle autorità
L'epicentro di questa nuova ondata di partenze, nonostante le condizioni meteorologiche proibitive, è stato identificato nel porto tunisino di Sfax, da dove tra il 14 e il 21 gennaio sono salpati numerosi battelli. La domanda che sorge spontanea, di fronte a una simile ecatombe, è come sia stato possibile che imbarcazioni precarie abbiano potuto prendere il mare sotto la minaccia di un ciclone annunciato. A Sfax, come riportano diverse fonti, non mancano certo i controlli di polizia e militari, eppure sembra che, in un clima di crescente pressione per ridurre la presenza di migranti subsahariani nel paese, alcuni di questi stessi controlli si siano trasformati in una spinta forzata verso il mare, un meccanismo pericoloso che ha di fatto consegnato centinaia di persone alla furia degli elementi.
Il bilancio che si aggrava e il silenzio sui numeri reali
Alla fine della scorsa settimana, il primo bollettino parlava di 380 dispersi partiti da Sfax in quei giorni critici. Tuttavia, man mano che le ricerche – peraltro estremamente difficili a causa delle condizioni del mare – proseguivano e che le chiamate dai familiari in ansia aumentavano, il numero presunto delle vittime ha cominciato a salire, toccando e superando la soglia simbolica del migliaio. Si tratta di una cifra che, se confermata, rappresenterebbe uno dei più gravi disastri marittimi nel Mediterraneo degli ultimi anni. Una tragedia che si consuma in un silenzio assordante, oscurata forse dai danni materiali del ciclone sulla terraferma, ma che racconta una storia di disperazione e di abbandono che si ripete da anni, in cui il mare finisce per diventare l'unica, letale prospettiva per chi fugge.
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