Ciclone Harry, l'ong Mediterranea denuncia: "Mille migranti dispersi nel Mediterraneo"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   “Potrebbero essere mille le persone disperse in mare durante il ciclone Harry”, ha dichiarato Mediterranea Saving Humans, definendo quanto accaduto come “la più grande tragedia degli ultimi anni” lungo le rotte del Mediterraneo centrale. I nuovi dati, che aggiornano il precedente bilancio di 380 dispersi suggerito dagli allarmi iniziali, sono il frutto, secondo l’organizzazione, di testimonianze raccolte da Refugees in Libia e Tunisia, una rete che mantiene i contatti con molti rifugiati e con le loro famiglie. Luca Casarini, fondatore dell’ong e coordinatore delle missioni umanitarie, ha spiegato che i numeri diffusi scaturiscono proprio da quelle fonti dirette, le quali dipingono un quadro allarmante e in netto contrasto con il silenzio delle autorità.

Le partenze e il silenzio delle istituzioni

Secondo le ricostruzioni basate su tali racconti, diverse imbarcazioni sarebbero partite dalle spiagge tunisine sulla rotta per Lampedusa tra il 14 e il 21 gennaio, trovandosi così ad affrontare, in pieno oceano, le furie del ciclone. Condizioni marine descritte, non a caso, come “tra le più pericolose registrate da vent’anni a questa parte”, tali da far perdere le tracce di que natanti e di quanti, disperati, vi erano a bordo. La presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale, ha puntato il dito contro l’inerzia dei governi, affermando che “i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito” di fronte a una tragedia di simili proporzioni, i cui contorni, seppur frammentari, appaiono già di una gravità inaudita.

Le reazioni politiche e le richieste di chiarimenti

La gravità delle dichiarazioni dell’ong ha cominciato a sollevare interrogativi anche in ambito politico, spingendo alcuni parlamentari a chiedere conto di quanto accaduto e delle azioni intraprese, o non intraprese, durante l’emergenza. Sono state presentate interrogazioni alla Commissione europea, mentre altri hanno richiesto pubblici chiarimenti al ministro competente, cercando di far luce sulle dinamiche dei soccorsi, o sulla loro eventuale assenza, in quei giorni critici. Si tratta di atti che, pur nel loro formale procedere, segnalano una necessità di risposte che vada oltre le mere ricostruzioni delle organizzazioni non governative, chiamando in causa le responsabilità istituzionali in un teatro marittimo troppo spesso segnato dalla cronaca nera.

Un bilancio che potrebbe peggiorare

La natura stessa delle fonti, costituite da testimonianze raccolte attraverso reti di attivisti e familiari delle vittime, rende difficile, al momento, avere un quadro definitivo e verificato in ogni suo dettaglio. Tuttavia, la consistenza e la convergenza delle informazioni raccolte da Refugees in Libia e Tunisia lasciano presupporre che il bilancio, già terribile, non sia affatto concluso e che il numero delle persone scomparse in quel tratto di mare potrebbe purtroppo essere ancora soggetto a tristi aumenti. Eventi del genere, del resto, non sono nuovi nel Mediterraneo centrale, sebbene la portata denunciata in questo caso abbia pochi precedenti per dimensioni, accentuando così le ombre su una gestione delle frontiere e delle emergenze umanitarie che continua a dividere l’opinione pubblica e la classe politica.

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