La scia di sangue in Nigeria: rapimenti di massa e stragi nel silenzio delle istituzioni

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte, nel centro-nord della Nigeria, continua a essere il momento prediletto per chi semina terrore. Non si arresta la sequenza di incursioni armate che prendono di mira i fedeli cristiani, in un’escalation di violenza che sembra non conoscere tregua e che si manifesta con un triste copione fatto di richieste di estorsione, irruzioni nelle case e sequestri di massa. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, porta la firma di banditi armati che hanno preso d’assalto due villaggi, Kutaho e Kurgir, aree limitrofe dell’insediamento di Kadarko, nello Stato di Kaduna. Qui, come riferito dall’Agenzia Fides e riportato da fonti locali, il bilancio è di oltre trenta persone rapite, tra le quali un catechista della parrocchia di San Giuseppe e sua moglie, una donna incinta -1-8.

Padre Linus Matthew Bobai, parroco della chiesa locale, ha ricostruito la dinamica di quanto accaduto, raccontando ai microfoni di Arise TV che uno dei suoi parrocchiani, prima dell'assalto, era stato contattato telefonicamente da uomini armati. Una richiesta di denaro, accompagnata dalla chiara minaccia di un rapimento se non fosse stato pagato un riscatto di 10 milioni di naira, una somma che equivale a diverse migliaia di euro -1. Una minaccia che purtroppo si è materializzata nella notte tra il 9 e il 10 febbraio, quando i banditi hanno fatto irruzione, estendendo il sequestro ad altri membri delle due comunità. Undici di loro, stando al racconto del sacerdote, sono però riusciti a darsi alla fuga nel caos del trasferimento, mentre la sorte degli altri rimane avvolta nell'incertezza, sebbene si sospetti che siano stati condotti verso una località vicina al confine con lo Stato del Niger -1-8.

L’orrore a Woro e la nuova geografia del terrore

Questi ennesimi sequestri si inseriscono in un quadro di devastazione ben più ampio, che ha visto nei giorni scorsi consumarsi una delle stragi più efferate degli ultimi mesi. Nel villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, un attacco sferrato all’inizio di febbraio ha lasciato sul terreno un numero di vittime che le stesse agenzie umanitarie faticano a conteggiare con precisione. Secondo quanto riportato dalla Croce Rossa locale e da testimoni oculari, i corpi recuperati sarebbero almeno 162, sebbene fonti raccolte dal mondo dell'associazionismo e dalla stampa internazionale parlino di un bilancio che potrebbe superare le 170 unità, con decine di persone, soprattutto donne e bambini, trascinate via dagli assalitori -2-3-5.

Quanto accaduto a Woro non è una semplice fiammata di violenza localizzata, ma rappresenta l’esito di un disegno più ampio e calcolato. L’attacco, che ha visto uomini armati irrompere nel villaggio a bordo di motociclette, non è avvenuto in modo improvviso: la comunità, come ha confermato il suo capo, aveva ricevuto una lettera di avvertimento settimane prima, in cui si intimava di rinnegare l’autorità statale e di accettare la legge islamica -3-10. Un rifiuto che è costato caro alla popolazione, presa d’assalto in un’operazione durata ore, con le abitazioni e i negozi dati alle fiamme e gli uomini, in molti casi, legati e giustiziati sommariamente -9.

Gli analisti di sicurezza descrivono questo scenario come il segnale di uno spostamento del baricentro della minaccia jihadista. Dai tradizionali roccaforti del nord-est, gruppi come Boko Haram e le sue frange dissidenti, in particolare quella guidata da un comandante noto come Sadiku, stanno espandendo la loro influenza verso i corridoi forestali del centro-nord e dell’ovest -3-10. Aree come la foresta di Kainji, un vasto parco nazionale al confine tra gli Stati di Niger e Kwara, chiuso da oltre un anno, si sono trasformate in santuari inaccessibili, basi logistiche da cui muovere verso i villaggi circostanti approfittando della debolezza dello Stato e della presenza intermittente delle forze di sicurezza -3-10.

Boko Haram e la galassia dei gruppi armati

Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha attribuito la responsabilità della strage di Woro ai jihadisti di Boko Haram, un termine che spesso diventa un contenitore generico per descrivere una galassia di sigle e sigle, le cui affiliazioni sono in realtà mutevoli e complesse -2-3. Oltre ai gruppi storici legati allo Stato Islamico o ad Al-Qaida, negli ultimi anni si è fatta strada la presenza di Lakurawa, un'organizzazione designata come terroristica, originaria del Sahel e legata alla Provincia saheliana dello Stato Islamico, che avrebbe trovato terreno fertile nel nord-ovest del Paese -3-6. Un elemento, quest’ultimo, che ha attirato l'attenzione della comunità internazionale e dello stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha più volte parlato di un "genocidio" ai danni dei cristiani, ordinando a Natale attacchi mirati contro i responsabili e annunciando ora l'invio di duecento soldati per addestrare l'esercito nigeriano nella lotta al terrorismo, un contingente che si aggiungerà alle piccole unità già presenti per supporto tecnico e di intelligence -1-2-5.

Le autorità di Abuja, pur accettando la collaborazione militare americana, respingono tuttavia con fermezza la narrazione di una persecuzione religiosa sistematica. Esperti e leader religiosi locali, come il vescovo di Sokoto, monsignor Matthew Hassan Kukah, mettono in guardia dal ridurre la complessità del conflitto a una semplice contrapposizione tra fedi -1. La violenza in Nigeria, sostengono, colpisce indiscriminatamente cristiani e musulmani, ed è alimentata da una miscela esplosiva di fattori: insurrezioni jihadiste, criminalità organizzata dedita ai rapimenti a scopo di estorsione, conflitti tra pastori e agricoltori per l’accesso alla terra e all’acqua, e una debolezza strutturale delle istituzioni che lascia ampie zone del Paese in balia di chi impone la legge con la forza delle armi -9.

Liberazioni e nuovi sequestri: un’emergenza senza fine

In questo contesto di emergenza permanente, ogni tanto filtrano notizie che sembrano portare un barlume di speranza, salvo essere immediatamente rimpiazzate da nuovi atti di violenza. È il caso di nove ragazzi, sei ragazze e tre giovani, rapiti all'inizio di febbraio durante una veglia di preghiera notturna nella chiesa cattolica di St. John, nello Stato di Benue. Sabato scorso, grazie all'azione congiunta delle forze di sicurezza governative e dei gruppi di vigilanza locali, i giovani sono stati liberati e stanno ricevendo le cure necessarie in ospedale, mentre la polizia ha annunciato di aver arrestato quattro persone sospettate di essere i rapitori -7. Un successo operativo, senza dubbio, che però non scalfisce la spirale di insicurezza.

Mentre la diocesi di Otukpo chiedeva preghiere per la liberazione dei nove, nello Stato del Niger, nella parte centro-occidentale della Federazione, un nuovo massacro si è consumato. Uomini armati a bordo di motociclette hanno attaccato tre comunità nell'area di Borgu, vicino al confine con gli Stati di Kwara e Katsina, uccidendo almeno 46 persone, 38 delle quali solo nel villaggio di Konkoso, incendiano case e rapendo altri civili -7. Una regione, quella confinante con la foresta di Kainji, che diventa sempre più il teatro di una guerra ibrida, dove la lotta per il controllo del territorio si mescola con le istanze estremiste e la brama di denaro dei rapitori, in un circolo vizioso che sembra non avere fine e di fronte al quale le istituzioni, nonostante gli annunci e le operazioni militari, appaiono ancora una volta in affanno.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.