Nigeria, l’offensiva jihadista si sposta e si moltiplicano i rapimenti: assalti a Kaduna e Kwara, oltre trenta nuovi sequestri
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Redazione Esteri
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La morsa della violenza, che da anni stringe il Nord della Nigeria, non concede tregua e anzi cambia geografia, spostando il suo baricentro dalle roccaforti storiche del Borno verso i corridoi boscosi e le valli fluviali del centro-nord e dell’ovest -3. In un quadro di sicurezza già drammaticamente compromesso, l’incubo dei rapimenti di massa torna a colpire le comunità rurali, con una frequenza che lascia intendere una strategia ben precisa da parte degli attori armati, che si tratti di sigle jihadiste o di bande criminali organizzate. Le ultime ore hanno registrato un'impennata di sequestri nello stato di Kaduna, dove, secondo quanto ricostruito, un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nelle comunità di Kutaho e Kugir, nell'area del governo locale di Kagarko, portando via con sé oltre trenta persone -2-7.
Il modus operandi, purtroppo consueto in queste latitudini, presenta caratteristiche che rivelano una pianificazione meticolosa. L'assalto è avvenuto intorno alle due del mattino, ora in cui la sorpresa è totale e la reazione più difficile, e ha preso di mira in particolare le residenze dei fedeli della chiesa di San Giuseppe -2-7. Padre Linus Matthew Bobai, parroco della locale chiesa di San Giuseppe, ha raccontato ai media locali che la comunità era stata preventivamente avvertita: uno dei suoi parrocchiani aveva ricevuto una richiesta di estorsione, una sorta di tassa non pagata che si è trasformata in una condanna. Tra i sequestrati figurano un catechista, la moglie in avanzato stato di gravidanza e altre trenta persone, per la maggior parte fedeli inermi -7. La paura, conseguenza diretta di queste incursioni, ha già generato un esodo di massa: si parla di oltre il 90 per cento degli abitanti che ha abbandonato le proprie case cercando rifugio altrove, trasformando di fatto i villaggi in deserti -2. Il capo villaggio locale è stato ferito gravemente con un machete, nel corso di quella che appare come una sistematica opera di decapitazione delle leadership comunitarie.
Se a Kaduna la ferocia si è concentrata sul rapimento, a Kwara, solo pochi giorni prima, il 3 febbraio, la furia degli attaccanti aveva assunto i contorni di un vero e proprio massacro -6-8. Nel villaggio di Woro, al confine con la foresta di Kainji, quella che alcuni analisti definiscono ormai la "nuova Sambisa", i jihadisti hanno lasciato sul terreno almeno 176 morti, in un'operazione che nulla ha lasciato al caso -8. Le ricostruzioni parlano di una lunga fase di preparazione, culminata con una lettera di avvertimento recapitata al capo villaggio settimane prima, nella quale si intimava la sottomissione e si rifiutava qualsiasi mediazione -8-10. L'attacco, sferrato da uomini armati di fucili d'assalto e ordigni esplosivi giunti su motociclette, ha visto l'utilizzo di tattiche militari, con il blocco delle vie di fuga e l'accerchiamento del palazzo del capo, dato alle fiamme insieme a negozi e abitazioni -8. Una fase dell'assalto, definita dai sopravvissuti come "l'esecuzione", ha visto uomini rastrellati, legati e uccisi, mentre donne e bambini venivano portati via come bottino.
Questa recrudescenza della violenza si inserisce in un contesto di ridefinizione degli equilibri tra i gruppi terroristici. Da un lato, la storica sigla di Boko Haram, sotto la pressione militare nel Nord-Est, sembra aver trovato nuovi spazi di manovra nelle regioni centrali, sfruttando la debolezza strutturale dello Stato e la porosità dei confini con il Benin e il Niger -3-8. Dall'altro, si fanno sempre più insistenti le voci di un'avanzata verso sud di gruppi affiliati ad Al-Qaeda, come il JNIM (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), che avrebbe già rivendicato attacchi nella stessa area di Kwara lo scorso ottobre, insinuando il timore di una saldatura operativa tra le diverse anime del jihadismo nella regione -3-8. L’analisi della strage di Woro, infatti, porta alcuni esperti a ipotizzare che, se non una collaborazione diretta, almeno un accordo di non aggressione o una sovrapposizione di interessi tra i lealisti di Sadiku, storico comandante di Boko Haram, e i combattenti del JNIM, stia permettendo a questi ultimi di consolidare la loro presenza nell'area del bacino idrico di Kainji -8.
A fronte di questa ondata di sangue, la risposta del governo federale, pur annunciata con decisione, mostra tutti i limiti di un apparato di sicurezza messo a dura prova da un nemico multiforme e radicato sul territorio. Il presidente Bola Tinubu ha condannato con forza l'attacco di Kwara, definendolo "codardo e barbarico" e disponendo il dispiegamento di un battaglione dell'esercito nella zona, ma i risultati sul campo tardano a manifestarsi -6. Nel frattempo, la pressione internazionale, in particolare quella esercitata dall'amministrazione Trump, si è fatta concreta: dopo le dichiarazioni sulla "persecuzione" dei cristiani in Nigeria e la designazione del Paese come "area di particolare preoccupazione" per la libertà religiosa, gli Stati Uniti hanno intensificato la loro cooperazione militare -4-9. Oltre ai raid mirati condotti a fine dicembre nello stato di Sokoto, che hanno colpito presunte basi dello Stato Islamico, è in corso l'arrivo di un contingente di circa duecento militari statunitensi, con funzioni di intelligence, addestramento e supporto tecnico per le forze nigeriane, un intervento che, sebbene presentato come non combattivo, segna una svolta nell'ingerenza militare straniera nella crisi -5.




