Venezuela, dopo il blitz Usa che rimosse Maduro si apre la fase della difficile transizione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La repentina estromissione di Nicolás Maduro dalla scena politica venezuelana, conseguenza diretta di un'operazione militare statunitense che ne ha forzato il trasferimento sul suolo degli Stati Uniti, non ha condotto, come molti osservatori auspicavano, a una immediata e lineare transizione democratica. Il vuoto di potere, ben lungi dal favorire un automatico insediamento dell'opposizione eletta nel 2024, ha invece inaugurato una fase complessa e nebulosa, dove i meccanismi ereditati dal chavismo tentano di adattarsi a una realtà radicalmente mutata. In questo contesto, figure come Delcy Rodríguez, la cui permanenza appare dettata più da una funzionale necessità sistemica che da un reale consenso popolare, assumono un ruolo di cerniera, esercitando una funzione essenzialmente negoziatrice per la preservazione di strutture di potere che, pur private del loro vertice, non intendono cedere il passo.

La condanna internazionale e le divisioni all'Onu

La reazione della comunità internazionale all'azione unilaterale di Washington non si è fatta attendere, manifestandosi in tutta la sua durezza durante una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a New York. La riunione, convocata d'urgenza per discutere della flagrante violazione della sovranità nazionale venezuelana, ha visto una pioggia di condanne da parte di numerosi membri. Ad aprire i lavori, in rappresentanza del segretario generale António Guterres, è intervenuta la sottosegretaria per gli Affari politici e il Peacebuilding, l'ex diplomatica statunitense Rosemary Di Carlo, in un clima di profonda divisione che ha messo a nudo le crepe nell'ordine multilaterale. Molti di quelli che pure avevano a lungo denunciato la natura autoritaria del regime di Maduro hanno stigmatizzato il metodo, giudicandolo un pericoloso precedente che mina i pilastri del diritto internazionale.

Il paradosso di un cambiamento ottenuto con la forza

Ci si trova dunque di fronte a un paradosso amaro, tipico di un'epoca in cui gli assetti geopolitici sembrano frantumarsi: l'obiettivo di porre fine a un governo, quello di Caracas, che aveva ridotto il paese alla fame – con tassi di povertà che toccavano ormai il novanta per cento della popolazione – e che sistematicamente calpestava ogni libertà fondamentale, è stato raggiunto attraverso un atto di forza che a sua volta viola quei principi di convivenza pacifica. Il sollievo per la fine di un'era segnata dal terrore e dalla corruzione è, per molti, inevitabilmente offuscato dalle modalità con cui è stata ottenuta, lasciando spazio a un cauto ottimismo privo di vera euforia. La stessa amministrazione di Donald Trump, la cui azione estera è spesso oggetto di aspre critiche per il suo approccio destabilizzante, si è trovata nella posizione di chi, con un gesto controverso, ha rimosso dalla scena mondiale un leader considerato da molti un despota.

Le voci critiche dall'Europa e lo scetticismo sulla transizione

Tra le voci più nette di condanna dall'Europa si è levata quella del governo spagnolo, che pur avendo sempre rifiutato di riconoscere la legittimità elettorale di Maduro, ha bollato l'operazione militare come totalmente illegale e pericolosa. La posizione di Madrid, che pure sottolinea l'illegittimità del governo venezuelano deposto, insiste sul fatto che il cambio di regime non possa essere imposto dall'esterno con la forza militare, soprattutto quando sembra celare, come obiettivo ultimo, l'accesso alle ingenti risorse naturali del paese sudamericano. Questo scetticismo riflette le enormi incognite che gravano sul futuro immediato del Venezuela: la decapitazione del regime, di per sé, non garantisce l'instaurazione di una democrazia stabile, ma rischia piuttosto di aprire un periodo di instabilità istituzionale, dove le vecchie oligarchie e i nuovi poteri si contenderanno il controllo di un paese profondamente lacerato.

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