Venezuela nel caos dopo l'intervento militare statunitense, catturato Maduro
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Redazione Esteri
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La scena apocalittica di una capitale in fuga, dove le grida si confondevano con il rombo degli aerei a bassa quota, ha improvvisamente fatto il giro del mondo, sostituendosi alle immagini ormai consuete delle file per il cibo. Caracas, infatti, ha vissuto lunghi minuti di terrore mentre forze armate degli Stati Uniti, in un'operazione definita dal presidente Donald Trump "su larga scala", portavano a termine un attacco senza precedenti contro il Venezuela, culminato, come annunciato dallo stesso leader americano, con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Il raid, che il governo di Washington non aveva preannunciato con gli usuali canali diplomatici ma soltanto attraverso un post sul social Truth, ha di fatto squarciato il velo di una crisi, quella venezuelana, che da anni si trascinava in un logorante stallo tra sanzioni, proteste e un'opposizione interna sempre più frammentata.
La risposta di Caracas e i piani di difesa
La reazione dell’establishment chavista, per quanto colto alla sprovvista da un’azione tanto diretta, non si è fatta attendere, sebbene permangano ombre fittissime sulla sorte effettiva del presidente. In un videomessaggio diffuso poche ore dopo l’attacco, il ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, fedelissimo di Maduro, ha rivolto un appello alle forze armate venezuelane, definendo l’accaduto “la più grande offesa” mai subita dalla nazione. “Non ci piegheranno”, ha dichiarato il generale, esortando i militari ad attivare tutti i piani di difesa nazionale che erano stati preparati in precedenza, una dichiarazione che, al di là della retorica della resistenza, lascia intendere come il paese avesse comunque considerato, almeno a livello strategico, uno scenario di conflitto aperto. Le sue parole, però, non hanno sciolto il nodo centrale, ovvero l’effettivo controllo della catena di comando in un vuoto di potere improvviso e drammatico.
L'incertezza costituzionale e la richiesta di prove
Proprio questo vuoto di potere, del resto, genera il più grande interrogativo istituzionale. La Costituzione venezuelana, in casi del genere, prevede il passaggio delle funzioni presidenziali al vicepresidente, carica ricoperta da Delcy Rodríguez. La quale, in una mossa che rivela tutta l’incertezza del momento, ha pubblicamente chiesto a Trump di fornire prove della cattura e, soprattutto, di dimostrare che Maduro e la first lady siano in vita, ammettendo così che il governo stesso non è a conoscenza della loro ubicazione o condizione. Una richiesta senza precedenti, che svela la profondità dello smarrimento all’interno del palazzo presidenziale e trasforma la questione da militare a giuridico-diplomatica, poiché senza certezze sul capo dello stato catturato ogni procedura costituzionale rimane in una zona grigia e sospesa.
Le prime reazioni nella diaspora e nelle piazze estere
L’eco degli eventi, come inevitabile, ha varcato i confini nazionali innescando immediate reazioni nella diaspora e tra i gruppi di sostegno internazionali. A Roma, ad esempio, già nel pomeriggio diverse sigle dell’estrema sinistra hanno convocato un presidio sotto lo slogan “Giù le mani dal Venezuela”, fissato per le ore 17.30 in piazza dell’Immacolata. La mobilitazione, organizzata attraverso un tam tam sui social network spesso accompagnato da un fotomontaggio ritraente Trump su una città in fiamme, rappresenta la prima, immediata risposta di piazza in Occidente a quella che viene percepita, da quelle frange, come un’inaccettabile aggressione imperialista, mostrando come la crisi venezuelana continui a polarizzare l’opinione pubblica globale anche, e forse soprattutto, nelle sue fasi più acute e violente.




