Mosca disarmata, la parata del 9 maggio si fa senza mezzi militari: la minaccia ucraina ridisegna i rituali del Cremlino
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Redazione Esteri
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Nessun carro armato, nessun lanciamissili, nessuna colonna di mezzi corazzati a solcare il selciato della Piazza Rossa. Per la prima volta da quasi vent’anni – precisamente dal 2007 – il tradizionalmente granitico apparato bellico russo ha deciso di rinunciare al suo momento clou, quello in cui la “Giornata della Vittoria” celebrava la sconfitta del nazismo trasformandosi, sotto la lunga egida di Vladimir Putin, in una vetrina ipertecnologica e minacciosa di potenza. La decisione, comunicata dal ministero della Difesa con la laconica giustificazione della “situazione operativa in corso”, rivela una vulnerabilità che il Cremlino raramente ammette, tanto più se a minare il cuore simbolico del potere è proprio l’Ucraina, il cui esercito ha dimostrato di poter raggiungere anche la distilleria del patriottismo russo.
Non si tratta, va detto, di un ridimensionamento che riguarda soltanto la capitale. L’emorragia di visibilità e potenza si estende a macchia d’olio lungo tutto il territorio della Federazione: a Samara, a Krasnodar, nell’enclave di Kaliningrad, così come in Ciuvascia e a Kaluga, le amministrazioni locali hanno dovuto rivedere al ribasso – se non cancellare del tutto – le proprie celebrazioni. Il messaggio è inequivocabile: i droni a lungo raggio di Kiev, capaci di colpire infrastrutture a 1.500 chilometri di distanza, hanno imposto una nuova aritmetica alla guerra, costringendo Mosca a proteggersi da una minaccia tanto asimmetrica quanto efficace. La loro efficacia ha spinto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, a parlare esplicitamente di “attività terroristica” del regime di Kiev per giustificare l’assenza non solo dei mezzi, ma perfino dei cadetti delle scuole militari, di solito pedine disciplinate in queste coreografie di potere.
L’ombra dei droni e la tregua imminente per compiacere Washington
Se la parata ridimensionata rappresenta un duro colpo all’immagine di invincibilità, le contromisure diplomatiche adottate da Putin – o perlomeno quelle ventilate – raccontano la sua attuale tensione strategica. A conferma dello stato di necessità, il leader russo ha proposto al presidente americano Donald Trump – rieletto ormai da oltre un anno alla Casa Bianca – un cessate il fuoco temporaneo in concomitanza proprio con il 9 maggio, cercando di blindare quei momenti di solennità da possibili raid devastanti. Secondo il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov, Trump avrebbe accolto positivamente l’iniziativa, ricordando come quella data rappresenti una “vittoria condivisa” contro il nazismo -10 e spianando la strada a quella tregua che Kiev, dal canto suo, considera una mera operazione estetica per compiacere l’inquilino dello Studio Ovale.
E proprio in Ucraina, mentre si attende di valutare se la tregua sarà rispettata o meno, la macchina bellica continua a trasformarsi per resistere all’usura della guerra. Volodymyr Zelensky ha infatti messo in cantiere una riforma radicale dell’esercito, finalizzata a risolvere il cronico problema del reclutamento e della stanchezza delle truppe. L’obiettivo dichiarato è quello di “rafforzare il sistema contrattuale”, offrendo compensi decisamente più alti a chi decide di restare al fronte. Si parla di una forchetta che, per la fanteria impiegata in prima linea, potrebbe oscillare tra i 250mila e i 400mila grivnie (equivalenti a poco meno di 10mila euro al cambio attuale), con l’introduzione di un meccanismo di smobilitazione graduale per chi è stato arruolato nei primi, durissimi mesi del conflitto. Una mossa, questa, che punta a professionalizzare un esercito logorato dal tempo, passando da una leva di massa a un nucleo di combattenti meglio pagati e, si spera, più motivati.
Il reclutamento oltre i confini e l’ombra della tratta in Perù
Tuttavia, la necessità di rimpolpare le fila – sia da parte russa che ucraina – sembra aver generato effetti perversi a migliaia di chilometri di distanza, in Sudamerica. La procura peruviana ha infatti aperto un’inchiesta per presunto traffico di esseri umani, dopo la denuncia di una rete transnazionale dedita al reclutamento di ex militari e poliziotti da inviare sul fronte ucraino. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, le offerte di lavoro sarebbero state pubblicizzate attraverso i social network con promesse ingannevoli: si parlava di impieghi come agenti di sicurezza o ruoli logistici in Russia, salvo poi trasformarsi – una volta concluso l’ingaggio – in una mobilitazione forzata verso le zone calde del conflitto. Un episodio, questo, che aggiunge un ulteriore tassello di complessità a una guerra le cui ramificazioni, ormai, sembrano non conoscere più confini geografici ben definiti.




