Flotilla, i tre attivisti pro-Pal ai funerali di Khamenei: «Siamo con voi»
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Redazione Esteri
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«Vi aiuteremo a mantenere questa rivoluzione». La frase, pronunciata davanti ai sostenitori della Repubblica islamica raccolti per l’addio ad Ali Khamenei, porta la firma dell’attivista brasiliana Lisi Proença. Un messaggio che arriva a distanza di quattro mesi dalla morte della Guida Suprema, avvenuta durante i primi raid statunitensi e israeliani che hanno segnato l’inizio della guerra in Iran, e che ora riaccende il dibattito sulla natura di quelle missioni umanitarie che, sulla carta, dovevano portare soccorso alla popolazione di Gaza.
Il funerale di Stato e il pellegrinaggio del tiranno
Il regime di Teheran ha allestito per Khamenei quello che viene definito il più imponente funerale di Stato della storia della Repubblica islamica. Le celebrazioni, iniziate il 4 luglio, si sono protratte per sei giorni, trasformandosi in un lungo pellegrinaggio del feretro attraverso cinque tappe nelle città sante, fino alla sepoltura a Mashhad. Una messa in scena del potere che ha richiamato folle immense, un’adorazione collettiva che stride con le immagini delle rivolte di gennaio e con la sanguinosa repressione che ne è seguita.
L’aspettativa, diffusa tra gli osservatori occidentali, che una rivolta di massa potesse contribuire in modo decisivo al crollo del regime, è evidentemente tramontata da mesi, e la mobilitazione attorno alla figura del defunto leader ne è stata la prova più tangibile.
Le immagini che imbarazzano i pro-Palestinesi
Tra le migliaia di partecipanti, spiccano però alcuni volti noti al pubblico occidentale: quelli degli attivisti della Global Sumud Flotilla, diventati il simbolo della resistenza al blocco navale israeliano verso Gaza. Nelle immagini diffuse da Teheran, compaiono la brasiliana Lisi Proença e l’irlandese Tadhg Hickey, impegnati in incontri e manifestazioni organizzati attorno alle esequie della Guida Suprema. Una presenza che sta mettendo in seria difficoltà i movimenti pro-Palestinesi e gli stessi missionari che avevano raccontato la Flotilla come una pura operazione umanitaria.
Il video pubblicato da Proença sul suo profilo Instagram, in cui dichiara che «il Sud globale, unito, metterà fine all'imperialismo americano», aggiunge ulteriore combustibile a una polemica che rischia di offuscare l’immagine di quelle iniziative.
Le parole di sostegno al regime
«Siamo qui per dire al popolo iraniano che siamo con voi. Diteci di cosa avete bisogno». Con queste parole, l'attivista brasiliana si è rivolta direttamente ai sostenitori del regime, offrendo un appoggio esplicito che va ben oltre la semplice partecipazione a un evento religioso o civile. Il gesto, interpretato da molti come un tradimento dello spirito originario della Flotilla, solleva interrogativi sulla reale natura dei legami tra alcuni esponenti del movimento e le istituzioni della Repubblica islamica.
La scelta di inginocchiarsi simbolicamente davanti agli ayatollah, in un momento di massima esaltazione del potere teocratico, ha suscitato reazioni contrastanti, alimentando la frattura tra chi vede in quelle iniziative un autentico sostegno alle popolazioni civili e chi, invece, vi intravede una strumentalizzazione politica in favore di regimi autoritari.
Il vuoto politico e il silenzio internazionale
Mentre le folle iraniane tributavano l'ultimo saluto a Khamenei, l’attenzione dei media internazionali si è concentrata sulla successione e sulle possibili ricadute per gli equilibri interni, ma il ruolo degli attivisti stranieri è rimasto in gran parte in secondo piano. Strano, però, che né a Washington né a Gerusalemme, né tantomeno nelle redazioni di mezzo mondo, si sia scatenato un dibattito approfondito su questa presenza. Il silenzio, in alcuni casi, è sembrato assordante, quasi a voler evitare di mettere in discussione la narrazione costruita attorno alle missioni della Flotilla.
Un atteggiamento che, di fatto, lascia spazio a interpretazioni opposte, senza che i fatti vengano vagliati con il rigore che una vicenda così delicata richiederebbe.
Le contraddizioni di una missione umanitaria
La partecipazione degli attivisti della Global Sumud Flotilla ai funerali di Khamenei espone in tutta la sua evidenza le contraddizioni di un movimento che si presenta come apartitico e unicamente votato al soccorso della popolazione di Gaza. L’abbraccio con il regime iraniano, infatti, rischia di minare alla base la credibilità di quelle iniziative, alimentando il sospetto che sotto la bandiera dell’umanitarismo si celino in realtà alleanze politiche scomode.
La scelta di schierarsi apertamente a fianco di una delle teocrazie più chiuse del mondo, in un momento di lutto nazionale che è stato anche una grandiosa operazione di propaganda, appare come un boomerang per chi aveva costruito la propria immagine pubblica sulla difesa dei diritti umani e sulla resistenza non violenta.




