Manovra 2027, Giorgetti chiede la clausola di salvaguardia: via libera a 1,5% del Pil per difesa ed energia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La prossima legge di Bilancio, quella destinata a scandire il ritmo dell'economia italiana per il 2027, si appresta a vestire i panni di una manovra dalla portata inusuale, destinata a ricordare, per certi versi, quella coraggiosa varata da Carlo Azeglio Ciampi nel lontano 1996.

Allora, da ministro del Tesoro del primo governo Prodi, Ciampi dovette compiere uno sforzo titanico per riportare i conti pubblici in linea con i parametri necessari all'ingresso dell'Italia nell'euro; oggi, sebbene il contesto sia profondamente diverso, la spinta propulsiva alla base della prossima manovra non sarà dettata tanto dal raggiungimento di un vincolo tecnico quanto dalla necessità, avvertita come improrogabile, di iniettare nuovo ossigeno in un sistema economico che, nonostante tutto, sta dimostrando una resilienza inaspettata di fronte alle turbolenze globali.

Dazi commerciali che si moltiplicano, conflitti alle porte dell'Europa e le crisi energetiche, innescate anche dal blocco navale nello Stretto di Hormuz, non sono infatti riuscite a piegare del tutto la struttura produttiva del Paese, ma ne hanno certamente evidenziato la fragilità strutturale, rendendo indispensabile un intervento corposo e mirato da parte dello Stato.

La richiesta di flessibilità europea

Il governo, attraverso le parole del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, ha compiuto ieri un passo formale di importanza capitale, avviando l'iter per l'attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale. Questo strumento, previsto dal nuovo patto di stabilità europeo, consente agli Stati membri di richiedere una deviazione temporanea dai rigidi requisiti di bilancio, a patto che tali scostamenti siano giustificati da circostanze eccezionali e non rientrino nella normale programmazione finanziaria.

L'Italia, nella sua richiesta, ha quantificato l'entità di questa flessibilità in cifre che fanno riflettere: per il triennio a venire, il governo intende destinare uno 0,6% del Prodotto Interno Lordo alle politiche per la sicurezza energetica e uno 0,9% alla Difesa, per un totale che si attesta quindi sull'1,5% del Pil. Questo margine di manovra, che potrebbe valere decine di miliardi di euro, permetterebbe di finanziare investimenti senza dover rispettare gli stringenti vincoli di riduzione del debito previsti dalle regole ordinarie, offrendo così una boccata d'aria alle casse pubbliche.

Il freno di Giorgetti e il costo del debito

Tuttavia, nonostante l'ampiezza di questo spazio fiscale potenziale, il ministro Giorgetti ha immediatamente messo un freno alle aspettative di quanti, nel mondo politico e imprenditoriale, vedevano in questa flessibilità una manna dal cielo per una manovra di stampo marcatamente espansivo, magari in vista di un appuntamento elettorale. Giorgetti ha definito l'operazione come tutto fuorché una manovra "elettorale", sottolineando anzi come l'assalto alla diligenza per attingere a piene mani dal fondo per le riforme strutturali (il cosiddetto Safe) debba essere rigorosamente contenuto.

In questo contesto di cauto realismo, si inserisce una riflessione amara ma necessaria sull'uso dei termini che spesso accompagnano queste operazioni finanziarie. Quando si decide di attivare la clausola di salvaguardia, o si parla genericamente di "scostamento" o "flessibilità", si tende a edulcorare la realtà dei fatti.

In realtà, ogni nuova spesa che non trova una copertura immediata nelle entrate correnti si traduce in un unico, ineludibile dato di fatto: la creazione di nuovo debito pubblico, che andrà puntualmente rimborsato o rifinanziato nel tempo, con un costo che graverà sulle generazioni future e che, per quanto possa essere definito "buono" (un'aggettivazione che nel lessico della finanza pubblica ha già fatto troppi danni in passato), non diventa certo più economico da servire per i contribuenti.

La procedura e le condizioni per gli interventi

L'avvio della procedura per l'attivazione della clausola di salvaguardia non è però un lasciapassare automatico per qualsiasi tipo di spesa. La condizione posta dall'Unione Europea è chiara e stringente: la flessibilità di bilancio può essere autorizzata esclusivamente a fronte di circostanze eccezionali, e nel caso specifico dell'Italia, le motivazioni addotte dal governo risiedono nelle conseguenze, ormai croniche, innescate dal conflitto in Ucraina e dalla guerra in Medio Oriente.

Questi due scenari bellici, infatti, hanno sconvolto non solo gli equilibri geopolitici globali, ma anche le filiere energetiche e gli approvvigionamenti, rendendo necessario un investimento straordinario per mettere in sicurezza il sistema Paese sia dal punto di vista della difesa territoriale che da quello della resilienza delle forniture energetiche.

La manovra, perciò, seppur ampia e generosa nei numeri, avrà un perimetro di azione ben definito e non potrà essere utilizzata per finanziare interventi assistenziali o aiuti alle famiglie, che resteranno invece ancorati alle ordinarie procedure di bilancio.

Ciò significa che il governo si troverà a dover gestire un doppio binario: da un lato, gli investimenti straordinari per la Difesa e l'energia, finanziati con il "debito buono" concesso da Bruxelles; dall'altro, la necessità di trovare risorse aggiuntive, o tagli, per sostenere il welfare e il potere d'acquisto delle famiglie, in un equilibrio che si preannuncia estremamente complesso da gestire per il ministro Giorgetti e per l'intero esecutivo.

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