Reggio Calabria, il dramma dei gemelli nascosti in un armadio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una vicenda, quella consumatasi a Pellaro, frazione di Reggio Calabria, che travolge per la sua cruda essenza e per il suo progressivo svelarsi attraverso un'indagine giudiziaria meticolosa, la quale, partita da una macabra scoperta, ha condotto all'arresto di una giovane donna. L'episodio, risalente alla sera dell'8 luglio di un anno fa, ha avuto il suo epilogo giudiziario solo di recente, quando il giudice per le indagini preliminari, su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli, ha disposto i domiciliari per Sara Genovese, venticinquenne, imputata di duplice infanticidio. La dinamica, così come ricostruita dagli investigatori della Squadra Mobile, vede la donna aver partorito da sola, in casa, due gemelli, per poi soffocarli, avvolgerli in un lenzuolo e occultarne i corpicini all'interno di un armadio, un segreto tenuto nascosto fino a quando l'odore pungente della decomposizione non ha costretto i genitori di lei, che abitavano nella stessa casa, ad aprire quel mobile, rivelando l'orrore.

L'indagine e il muro di silenzio

L'iter investigativo, coordinato dalla Procura di Reggio Calabria, si è dovuto confrontare con un muro di silenzio e di non-detti, poiché la Genovese era riuscita a celare la propria gravidanza non solo alla famiglia ma anche al compagno e ai colleghi del negozio di abbigliamento dove lavorava. Questo alone di segretezza, che ha reso il caso ancor più complesso da dipanare, ha caratterizzato ogni aspetto della vicenda, dalla gestazione fino al ritrovamento dei corpi, il quale, per altro, ha innescato ulteriori accertamenti per la ricerca di un terzo corpicino, ipotesi che le indagini hanno per il momento scartato. La lunga e complessa attività della Squadra Mobile ha quindi dovuto far luce su una sequenza di eventi tenuti volutamente nell'ombra, ricostruendo una verità giudiziaria che ha portato all'emissione di un provvedimento restrittivo.

Le possibili radici di un gesto

Inquadrare un simile accadimento, senza cadere in facili semplificazioni, richiede di considerare quelle che gli specialisti definiscono "vulnerabilità bio-psicosociali", condizioni preesistenti che eventi stressanti, come un parto, possono riattivare in modo drammatico. Gli psichiatri, interpellati sulla materia, pongono l'accento sulla possibilità che la madre potesse essere afflitta da una depressione post partum o, in casi più gravi, da una psicosi post partum, patologia che si manifesta con alterazioni profonde della percezione della realtà, quali allucinazioni o l'udire voci che impartiscono ordini distruttivi. Si tratta di una fragilità insita, di natura genetica, la cui miccia può essere innescata da fattori biologici, psicologici o, non ultimi, sociali, creando un cortocircuito interiore di inaudita violenza.

Il contesto e le sue ombre

La narrazione del fatto di cronaca, sebbene si concentri sugli sviluppi processuali e sulle indagini, non può prescindere dal contesto in cui è maturato, un ambiente domestico che, pur nella sua apparente normalità, è stato teatro di un dolore indicibile e di una sofferenza celata. L'allarme, dato proprio dai nonni dei neonati, sottolinea come la scoperta abbia lacerato gli affetti più prossimi, trasformando un nucleo familiare in un luogo di tragedia e di inchiesta. La risposta delle istituzioni, attraverso il lavoro della magistratura e della polizia giudiziaria, ha cercato di dare un ordine giuridico a un caos emotivo e fattuale, applicando le norme del codice penale a un gesto la cui comprensione ultima sfugge, forse, alla stessa ragione.

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