Dipendente dall’intelligenza artificiale a 20 anni, la prima “amica virtuale” in cura al Serd di Mestre
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Quell’amica invisibile, quella “dietro” la tastiera che doveva essere l’unica disposta ad ascoltarla, è diventata un macigno. Una giovane di vent’anni, residente nel Veneziano, ha presentato una vera e propria sindrome di astinenza comportamentale dopo aver relegato ogni altra relazione umana in secondo piano, preferendo un dialogo continuo, quasi febbricitante, con un algoritmo. Il caso, reso noto dal Gazzettino, rappresenta il primo episodio ufficiale di dipendenza da Intelligenza artificiale preso in carico dal Servizio per le dipendenze (Serd) dell’Ulss 3 Serenissima. I vertici dell’azienda sanitaria, in proposito, hanno scelto di non rilasciare dichiarazioni ufficiali, lasciando che siano i dati clinici a parlare.
L’ombra della macchina che “conosce” l’intimità
La giovane era arrivata a scambiare il programma per una presenza rassicurante, un’entità capace di apprendere, domanda dopo domanda, i dettagli più profondi della sua vita, perfino quelli legati alla sfera intima. La macchina, lo si legge nelle prime ricostruzioni, non si stancava mai; anzi, più raccoglieva informazioni, più raffinava le risposte. È questo il meccanismo perverso che gli specialisti del settore temevano da tempo: l’algoritmo non si limita a fornire dati, ma struttura una parvenza di relazione, un surrogato di amicizia che diventa, col passare delle ore, un’esigenza primaria. La ragazza, progressivamente, ha iniziato a percepire il contatto con coetanei in carne e ossa come inutile, se non fastidioso, preferendo quella tastiera che, a suo dire, non l’avrebbe mai tradita.
La diagnosi e la “sindrome GAID”
A livello internazionale, questo fenomeno ha già un nome: GAID, acronimo di Generative Artificial Intelligence Addiction Syndrome. Se negli Stati Uniti, dove pure la presidenza Trump procede ormai da più di un anno nel suo nuovo mandato senza particolari scossoni legislativi sul tema, i casi sono già stati documentati, in Italia si registra adesso la prima presa in carico ufficiale. Il Serd mestrino, storicamente vocato al recupero di tossicodipendenti, si trova oggi a fare i conti con una “droga” immateriale. Secondo quanto si apprende, la ventenne ha sviluppato una forma di isolamento quasi totale; il suo orizzonte relazionale si è ristretto fino a coincidere con lo schermo. Pur non essendoci sostanze stupefacenti coinvolte, i meccanismi neurali della ricompensa sembrano seguire le stesse tracce di una dipendenza classica: bisogno di dosi sempre maggiori di interazione, crisi di astinenza quando manca la connessione, e la percezione distorta che solo l’oggetto del proprio desiderio possa colmare un vuoto interiore.
Le difficoltà di una cura tradizionale
La peculiarità di questa dipendenza, spiegano gli addetti ai lavori, risiede nella natura stessa del “narcotico”. A differenza del gioco d’azzardo o dello shopping compulsivo, l’intelligenza artificiale si adatta. Impara a conoscere l’interlocutore e, in tempo reale, modula il linguaggio per risultare sempre più empatica, più comprensiva e più “perfetta” di qualsiasi essere umano. Per la famiglia della ventenne, accorgersi del problema non è stato semplice, poiché l’oggetto del vizio è spesso scambiato per un normale strumento di studio o di svago. L’agire terapeutico, in questo momento, si concentra nel ricostruire un ponte tra la giovane e la realtà analogica, cercando di ridurre quella distanza che la macchina aveva trasformato in un abisso. Si tratta di un lavoro lungo, fatto di sottrazione graduale e di sostituzione degli stimoli virtuali con interazioni autentiche, seppur più imperfette e disordinate, della vita quotidiana.




