Shakira firma l’inno dei Mondiali 2026, ‘Dai Dai’, e per l’Italia è una beffa doppia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sono passati sedici anni da quando, con quel ritmo trascinante e un’energia capace di contagiare il mondo, Shakira trasformò “Waka Waka (This Time for Africa)” nella colonna sonora indelebile del Sudafrica 2010. Oggi, a pochi giorni da uno straordinario concerto gratuito sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro – evento che, secondo le stime degli organizzatori, avrebbe radunato circa due milioni di persone – la superstar colombiana ha ufficialmente alzato il sipario sul suo ritorno nel firmamento dei grandi eventi sportivi. Sarà proprio lei, insieme al rapper nigeriano Burna Boy, a firmare l’inno ufficiale dei Mondiali di calcio del 2026, un brano dal Titolo quantomeno eloquente: “Dai Dai”.
Un annuncio che sa di déjà-vu e una data da segnare sul calendario
A differenza di quanto accaduto in passato, quando la sua “Waka Waka” esplose durante i preparativi della rassegna sudafricana, questa volta l’annuncio è arrivato dritto dal cuore pulsante del calcio mondiale: lo storico stadio Maracanã, dove l’artista ha condiviso sui propri canali social i primi secondi del videoclip. L’uscita ufficiale del singolo, che si preannuncia come un perfetto connubio tra il pop latino e le sonorità afrobeat, è prevista per il 14 maggio; l’evento sportivo – ospitato da Stati Uniti, Canada e Messico – scatterà invece l’11 giugno per concludersi il 19 luglio, con un nuovo format che amplia a 48 squadre la competizione.
Il tormentone azzurro e una ‘coincidenza’ dal sapore amaro per la Nazionale
Se da un lato l’annuncio musicale scalda i motori dei tifosi in vista dell’estate, dall’altro, nel Bel Paese, l’eco di quella voce – “Dai, dai” – risuona come una beffa sottile ma dolorosa. La pressione intorno al possibile ripescaggio dell’Italia, infatti, continua a essere un argomento discusso, alimentato dalle incertezze relative alla partecipazione dell’Iran a causa delle note tensioni geopolitiche. Molti osservatori e semplici appassionati hanno letto nel titolo del brano una frecciata involontaria – o forse solo una crudele coincidenza – verso una Nazionale che ancora deve fare i conti con l’amarezza della mancata qualificazione diretta e con le voci (sempre più flebili) di un possibile subentro nella competizione.
L’incognita Iran e lo stallo del regolamento Fifa
Nel dettaglio, la situazione che tiene banco nelle stanze del potere calcistico non è affatto semplice. La Federazione iraniana, attesa a un bivio, deve sciogliere le riserve riguardo alla propria presenza sul suolo statunitense, una decisione che appare legata a doppio filo con le richieste di garanzie sulla sicurezza dei propri atleti. Per l’Italia, reduce da un’altra eliminazione (questa volta nei playoff contro la Bosnia), l’eventualità di un ripescaggio resta confinata per ora nel regno delle suggestioni mediatiche. Il regolamento Fifa, d’altronde, lascia ampi spazi di discrezionalità in caso di ritiro di una delle qualificate, sebbene il presidente dello stesso organismo abbia più volte ribadito la volontà di vedere la selezione asiatica al via della competizione. Fino al termine della finestra utile per le comunicazioni ufficiali, prevista entro la metà del mese, la nazionale allenata da Luciano Spalletti (ruolo confermato da verifiche aggiornate) non può fare altro che assistere da spettatrice.
‘Dai Dai’ e il peso di un titolo nella cultura popolare
Se la musica rappresenta da sempre “il veicolo migliore per i momenti di estrema emozione”, come la stessa Shakira ha confidato in un’intervista, stavolta questo veicolo rischia di trasportare un carico extra di amarezza per i tifosi azzurri. Mentre il resto del mondo si prepara a ballare sulle note di questo nuovo inno – che i più maliziosi definiscono già “irresistibile” nel suo ritornello – in Italia l’unico “Dai, dai” che risuona è quello di chi spera ancora in un colpo di scena dell’ultimo minuto per strappare un biglietto per gli Stati Uniti, oppure quello, più realistico, di chi è costretto a consolarsi con l’ironia amara di una coincidenza lessicale.




