Scompare Gianpaolo Tosel, il magistrato che fu giudice sportivo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Si è spento all’età di ottantacinque anni, in un ospedale di Udine, Gianpaolo Tosel, una personalità che ha attraversato con rigore due mondi apparentemente distanti come la magistratura ordinaria e quella sportiva. La notizia della sua morte, avvenuta in un giorno di gennaio, arriva a chiudere un percorso professionale e umano segnato da una profonda dedizione alle istituzioni, che ne fecero un protagonista, spesso discusso, della scena pubblica nazionale per decenni. La sua carriera giudiziaria, avviata nel 1965, lo portò a ricoprire ruoli di primissimo piano, culminati nella funzione di procuratore capo del capoluogo friulano dal 1989 al 2000, un periodo durante il quale si confrontò, fra le altre cose, con complesse indagini sul terrorismo delle Brigate Rosse, senza che mai la sua riservatezza cedesse il passo alla ricerca di una facile notorietà.

Dall'aula di tribunale al collegio giudicante della Serie A

Una passione per il calcio, coltivata lontano dai riflettori, lo condusse naturalmente verso i meccanismi della giustizia sportiva, dove iniziò come collaboratore negli uffici inchieste e disciplinari della Federazione. Fu proprio quella competenza, unita a un’impostazione giuridica ferrea e a un linguaggio asciutto, a convincere la Lega di Serie A a nominarlo, nel 2007, giudice sportivo unico del massimo campionato, una poltrona che avrebbe tenuto senza sconti fino alla fine del 2016. Il suo decennio sulla sedia più calda del calcio italiano fu caratterizzato, com’è noto, da una linea di grande fermezza, la quale, se da un lato gli attirò non poche critiche, dall’altro ne definì il profilo come di un giudice poco incline ai compromessi.

Lo stile di una giustizia senza ambiguità

Tosel, la cui figura schiva contrastava con la visibilità pubblica dell’incarico, impostò il suo lavoro su princìpi di assoluta concretezza, facendo dell’analisi minuziosa dei filmati uno strumento cardine per le sue decisioni, un approccio che in molti definirono “duro” ma che rispecchiava la sua formazione di magistrato di professione. La stessa intransigenza la dimostrò nel trattare, con pene severe e senza tentennamenti, i comportamenti discriminatori e gli episodi di intolleranza registrati sugli spalti degli stadi, un fronte sul quale la sua giurisprudenza contribuì a tracciare un solco netto, anticipando talvolta sensibilità poi divenute più ampie.

Il ritiro e il silenzio su una carriera fuori dal comune

Dopo aver lasciato l’incarico di giudice sportivo, aveva proseguito il suo impegno nelle istituzioni regionali, accettando il ruolo di difensore civico. La sua scomparsa lascia il vuoto di un interprete della legge che seppe applicare, con coerenza forse spigolosa, la medesima severità logica tanto ai reati di sangue quanto alle contravvenzioni in campo, senza mai confondere i piani ma nemmeno sminuire l’importanza di una corretta amministrazione della giustizia in ogni ambito. Di quel periodo restano, più che dichiarazioni pubbliche, le sentenze scarne e le decisioni pronunciate, documenti che raccontano, forse più di qualsiasi commemorazione, il carattere di un uomo che scelse di parlare soprattutto attraverso i suoi atti.

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