Il sindaco di New York vuole tassare i ricchi e Sala? «Se potessi li tasserei anch'io»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La nuova amministrazione socialista guidata da Zohran Mamdani, insediatasi ormai da oltre un anno alla guida di New York, ha deciso di stringere il cerchio sui grandi patrimoni immobiliari, e lo fa con una misura che punta dritta al cuore del lusso cittadino. Si tratta della cosiddetta “pied-à-terre tax”, un’imposta aggiuntiva annuale che colpirà le proprietà di valore superiore ai 5 milioni di dollari, a patto che queste non vengano utilizzate come residenza principale. L’annuncio, arrivato tramite un video del primo cittadino diventato rapidamente virale, mette nero su bianco una promessa elettorale che mira a riequilibrare, almeno nelle intenzioni, un mercato immobiliare sempre più polarizzato: da un lato i residenti permanenti che faticano a pagare l’affitto, dall’altro élite globali e miliardari che usano i grattacieli come semplici “cassaforti” dove parcheggiare capitali.

Il provvedimento, che secondo le stime ufficiali della città dovrebbe portare nelle casse comunali qualcosa come 500 milioni di dollari l’anno, riguarda in particolare i cosiddetti pied-à-terre: appartamenti di lusso posseduti da chi, spesso, vive altrove per ragioni fiscali o di status, lasciando interi piani vuoti per gran parte dell’anno. Mamdani, in quella che è a tutti gli effetti la sua battaglia simbolo contro la disparità sociale, ha rivendicato la scelta come un atto dovuto verso chi la città la vive realmente ogni giorno, e i fondi recuperati verranno destinati a servizi pubblici come l’assistenza all’infanzia o la manutenzione urbana, cercando di tamponare un deficit che altrimenti ricadrebbe sulle spalle dei ceti medi. L’operazione, però, non è esente da critiche: c’è chi teme una fuga di ricchi contribuenti verso paradisi fiscali più morbidi, un effetto boomerang che alla lunga potrebbe prosciugare proprio quelle risorse che si vorrebbero incrementare.

Milano guarda a New York, ma con i guanti

Se a New York la manovra procede spedita, a Milano il dibattito sulla gentrificazione e l’attrattività della città si fa invece sempre più acceso, complice la posizione espressa dal sindaco Giuseppe Sala. Intervistato dal Corriere della Sera, il primo cittadino milanese ha offerto una riflessione che potremmo definire realista, senza però nascondere una certa ammirazione per la determinazione del collega d’oltreoceano. Alla domanda se tasserebbe i ricchi come fa Mamdani, Sala ha risposto con una franchezza non scontata: «Probabilmente lo farei anch’io se avessi la possibilità di farlo».

Sala si muove su un crinale sottile, consapevole che Milano è diventata una metropoli europea anche grazie agli investimenti di chi ha patrimoni ingenti, ma altrettanto cosciente del disagio sociale che l’impennata dei prezzi delle case sta generando tra i giovani e i lavoratori. «Non c’è bianco e nero, c’è probabilmente un grigio giusto che dobbiamo ricercare», ha spiegato, aggiungendo che, se da un lato molti ricchi sono attratti dai benefici fiscali, dall’altro è necessario fare uno sforzo per coinvolgerli in una sorta di “restituzione” verso la collettività. La sua posizione, più sfumata rispetto a quella socialista di Mamdani, si scontra peraltro con un limite oggettivo: a differenza di New York, un sindaco italiano non ha alcuna potestà legislativa in materia di tassazione diretta, un potere che rimane saldamente nelle mani del governo nazionale.

La sfida della casa tra emergenza e pragmatismo

Non potendo agire sulle aliquote, l’amministrazione milanese ha però deciso di giocarsi un’altra carta, quella dell’edilizia residenziale pubblica. A gennaio, nel corso del forum “Milano per l’Abitare” tenutosi a Palazzo Reale, Sala ha ribadito che la questione abitativa è «uno dei temi più urgenti della politica» e ha rilanciato il Piano straordinario per la casa, un progetto ambizioso che punta a realizzare diecimila alloggi a prezzi calmierati su aree di proprietà comunale. L’obiettivo dichiarato è offrire un’alternativa concreta a quelle famiglie e a quei giovani che, altrimenti, sarebbero costretti ad abbandonare la città per l’impossibilità di sostenere i costi di locazione.

Questa strategia, basata sull’offerta e non sulla pressione fiscale, rappresenta una via diametralmente opposta rispetto a quella scelta da Mamdani. Se il sindaco di New York usa la leva della tassazione per colpire i patrimoni dormienti, Sala cerca di aumentare il numero di alloggi disponibili per calmierare i prezzi dal basso, un approccio forse meno spettacolare dal punto di vista comunicativo ma considerato dagli esperti meno rischioso per l’economia cittadina. Si tratta di due facce della stessa medaglia: da un lato la redistribuzione, dall’altro la costruzione, entrambe accomunate dalla necessità di rispondere a un’emergenza sociale che non conosce confini geografici.

Due città, una stessa emergenza abitativa

Se si escludono le differenze di mezzi e poteri, il filo rosso che unisce New York e Milano è infatti la difficoltà di gestire un flusso globale di capitali che trasforma le città in beni di lusso, spesso a discapito di chi ci abita stabilmente. A New York, la mossa di Mamdani e della governatrice Hochul rompe un decennio di immobilismo: simili proposte erano già state avanzate in passato, nel 2014 e nel 2019, per poi essere affondate dalla potente lobby immobiliare. Oggi, però, il clima politico sembra cambiato, e l’introduzione della “pied-à-terre tax” è passata grazie a un ampio sostegno popolare, anche se gli effetti pratici sulla diminuzione degli affitti sono ancora tutti da verificare.

A Milano, intanto, Sala continua a camminare sul filo del rasoio. Da una parte c’è la necessità di non spaventare gli investitori internazionali che hanno reso il capoluogo lombardo una piazza competitiva; dall’altra c’è la piazza (quella reale) che chiede interventi immediati per frenare un’espulsione sociale ormai evidente. «La nostra attenzione e il nostro cuore va verso chi invece va più fatica», ha concluso il sindaco, lasciando intendere che, sebbene le mani siano legate dal punto di vista fiscale, l’orientamento politico dell’amministrazione è chiaro. Resta da vedere se il modello New York, nonostante le differenze legislative, riuscirà a fare da apripista anche in Europa, o se Milano continuerà a rincorrere il sogno della casa accessibile senza toccare le tasche dei super-ricchi.

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