Giorgia Meloni, la premier spia: «Solidale perché lo sono anch'io»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Con un'ora e mezza di colloquio alle spalle, il fioretto con i cronisti pareva concluso, quando una domanda ha offerto il destro per quello che, tra i conoscenti della vecchia sezione di Colle Oppio, non esiterebbero a definire uno "sfogone". La risposta della premier Giorgia Meloni, sollecitata dal quotidiano Il Domani, ha infatti preso la forma di una reazione compatta, di quelle che chi la conosce da tempo descrive come un accumulo di note mentali che, alla fine, porta a "sbroccare", a perdere cioè le staffe e a replicare senza filtri. L'occasione è stata una puntuale interrogazione sulle indagini per lo spionaggio illecito, ma il fuoco della sua replica si è immediatamente spostato, con un'accusa diretta, sulle «menzogne infamanti» pubblicate da quello stesso giornale riguardo alla sua vita privata.

La difesa della sfera personale e l'attacco al giornale

Al centro della sua accorata difesa, un villino e la famiglia, temi che la premier ha definito come un "falso scoop" costruito ad arte, ribadendo con forza come su certi argomenti non si scherzi e non si debbano fare illazioni. «Su di me troppe menzogne dal vostro giornale», ha tuonato Meloni, mettendo così alla berlina l'operato della testata diretta da Emiliano Fittipaldi, già coinvolto, come altri colleghi, nel vasto scandalo dei presunti dossieraggi ai danni di esponenti di primo piano del centrodestra, quali il ministro della Difesa Guido Crosetto e il capo di gabinetto del premier, Gaetano Caputi. Una reazione, la sua, che ha finito per oscurare, almeno in parte, la sostanza della questione originaria.

La questione irrisolta dello spionaggio Graphite

La domanda finale, quella cruciale, verteva infatti su un affare ben più spinoso e di portata nazionale: l'uso del sistema di sorveglianza Graphite, fornito all'Italia dalla società israeliana Paragon per attività di sicurezza nazionale e risultato invece impiegato, come emerso ormai un anno fa, per il controllo illegale dei telefoni di giornalisti, attivisti, preti e cittadini la cui attività era sgradita al potere. L'interrogativo era netto e chiamava in causa le responsabilità di governo: se fossero state ordinate tali attività, se si fosse a conoscenza dell'operato delle strutture statali, ovvero i servizi segreti che dal governo dipendono, e che cosa si stesse facendo per fare chiarezza.

La narrazione personale e l'evasione delle responsabilità

La risposta della presidente del Consiglio, tuttavia, ha di fatto eluso il nocciolo della questione, spostando il baricentro del discorso sulla sua persona. Con uno stile che ricorda quello di una televendita, fatto di voce ferma e slogan pronti, Meloni ha dichiarato la sua solidarietà verso gli spiati, «perché lo sono anch'io», trasformando così un'indagine di rilevanza pubblica e istituzionale in una questione privata. Il governo, in questa narrazione, è rimasto sullo sfondo, un dettaglio secondario rispetto alla sua vicenda personale, mentre la bugia più grave, come è stata definita, riguardava le notizie sulla sua casa e non l'utilizzo distorto di uno strumento di sorveglianza di Stato. La sua replica, pertanto, ha lasciato inalterati gli interrogativi sul caso Paragon, concentrandosi invece su una difesa personale che, per quanto veemente, non affronta le ombre sul sistema di controllo che grava sui cittadini.

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