L’endless road verso il social ban: Ammaniti è “favorevolissimo” ma il rebus della fattibilità blocca la politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dibattito sulla protezione dei minori nel digitale, in particolare quella fascia d’età che gli specialisti definiscono “pre-adolescenziale” e che va dagli 11 ai 14 anni, sta vivendo una fase di stallo paradossale. Da un lato, la pressione sociale e i ripetuti episodi di cronaca, gestiti sempre con la necessaria prudenza e l’assenza di particolari espliciti per non ferire la sensibilità dei lettori, spingono verso un inasprimento delle regole; dall’altro, come emerge chiaramente dalle interviste rilasciate alla stampa nazionale, il fronte degli esperti avanza perplessità sostanziali sull’effettiva tenuta di qualsiasi provvedimento coercitivo.

Il sostegno netto di Ammaniti e la “giungla” dei controlli

Massimo Ammaniti, figura di spicco della psicanalisi italiana e professore onorario alla Sapienza, ha spiazzato molti con la sua franchezza. Lontano dai distinguemi formali che spesso caratterizzano il dibattito accademico, lo studioso si dichiara non semplicemente favorevole, ma “favorevolissimo” a un intervento legislativo che vieti l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. Eppure, a raffreddare l’entusiasmo non è una valutazione sul merito della proposta – che condivide in pieno – ma la cronica incapacità del sistema di far rispettare le norme esistenti. Ammaniti ricorda, in una interessante intervista pubblicata dal Corriere della Sera, che già oggi esiste un limite formale per i minori di 13 anni, un paletto che viene sistematicamente aggirato con la complicità, a volte inconsapevole, delle stesse famiglie. Il nodo, dunque, non è l’approvazione di un nuovo divieto – ne è già in dirittura d’arrivo l’ennesimo disegno di legge, stavolta sponsorizzato dal presidente della Regione Veneto – quanto la “fattibilità concreta”. Se manca una verifica effettiva, ammonisce Ammaniti, si rischia di lasciare i ragazzi soli in una giungla pericolosissima, esattamente come accade ora.

Il fronte veneto: la proposta Stefani e la lezione dei “gessetti” di Crepet

A dare la scossa politica alla narrazione ci ha pensato Alberto Stefani, il quale ha messo nero su bianco l’obiettivo di alzare l’età per l’accesso alle piattaforme. La sua proposta, che mira a blindare l’accesso per gli under 14, ha trovato terreno fertile in un’opinione pubblica stanca di assistere a derive comportamentali tra i giovanissimi. Tuttavia, anche in questo caso, il dibattito non è monolitico. Mentre la politica procede spinta dall’urgenza di mostrare risultati tangibili, figure come lo psichiatra Paolo Crepet introducono una variabile più sottile: quella della responsabilità educativa diffusa. In una sua recente provocazione, ripresa dagli organi di stampa, Crepet ha accostato il divieto dei social al concetto dei “gessetti”. Per lui, togliere lo strumento senza costruire un’alternativa relazionale (i “maestri eretici” capaci di innovare la didattica) è un’operazione vuota. L’obiettivo, suggerisce Crepet, non dovrebbe essere punitivo, ma volto a recuperare quello “spazio protetto” dove i ragazzi possano sperimentare la coordinazione occhio-mano e la profondità cognitiva, competenze che lo scrolling compulsivo tende ad atrofizzare.

La posizione degli studenti: i rappresentanti d’istituto scendono in campo

Parallelamente al fronte degli esperti e delle istituzioni, a Padova si è aperto un tavolo di confronto che ha visto protagonisti diretti gli adolescenti. Non si tratta, in questo caso, di una generica assemblea d’istituto, ma di un dibattito strutturato al quale hanno partecipato i rappresentanti di alcune delle scuole superiori più importanti del centro cittadino: istituti come il Nievo, il Galilei, il Valle, il Ferrari e il Tito Livio. Studenti come Anna Zanonato, Giovanni Perozzo e Davide Boldrini hanno portato la loro esperienza quotidiana sul tavolo, offrendo una prospettiva che spesso sfugge alle analisi da scrivania. Sebbene il campione sia limitato ai vertici della rappresentanza studentesca, la loro opposizione di principio a un divieto secco introduce un elemento di complessità non trascurabile: per loro, cresciuti con la connettività come orizzonte naturale, un blocco totale appare anacronistico o, peggio, destinato a creare un effetto “dighe di cartone”, aggirabile in un amen.

Un quadro europeo in movimento tra dati e psicopatologia

Guardando al contesto internazionale, l’Italia non è sola in questa riflessione, anche se il dibattito interno fatica a tradursi in prassi. Ammaniti cita il caso norvegese, dove l’introduzione massiccia di tablet ha prodotto un declino delle capacità cognitive tale da indurre il governo a tornare indietro, reintroducendo carta e penna. È una fotografia impietosa di come l’esposizione prolungata agli schermi alteri la soglia dell’attenzione e la capacità di comprendere una narrazione complessa. Gli studi del 2025 citati dallo psicanalista mostrano una correlazione diretta tra esposizione precoce e alterazione dei ritmi cerebrali nei ragazzi tra gli 8 e i 16 anni. Ed è proprio su questo fronte che si gioca la partita vera: la politica può legiferare, ma – come sottolinea Ammaniti – finché non si assegneranno alle piattaforme le stesse responsabilità che hanno in Australia o non si investirà in una scuola che torni a fare laboratori e sport, ogni norma resterà un pezzo di carta. Serve un’inversione di rotta, insiste il professore, che sposti l’attenzione dalle pene per i ragazzi alla messa sotto accusa delle logiche perverse dei social, quelle stesse logiche che spingono contenuti estremi per generare dipendenza.

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