Stop ai social per gli under 15, lo psicanalista Ammaniti: «Favorevolissimo. Proteggiamo i nostri ragazzi»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dibattito intorno alla stretta sugli adolescenti e l’uso dei social network, in queste ultime settimane, ha smesso di essere una semplice discussione tra esperti per trasformarsi in un vero e proprio banco di prova per il legislatore italiano. Mentre il governo, con una bozza di disegno di legge discussa a Palazzo Chigi, sembra orientato a innalzare il divieto fino ai quindici anni -8, le voci del mondo accademico si alzano con toni che non ammettono mezze misure. A intervenire nel dibattito, proprio mentre si infiamma il fronte politico anche in Veneto grazie alle iniziative del governatore Alberto Stefani, è Massimo Ammaniti. Lui, psicanalista e professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma, non ha dubbi: «Stretta ai social per gli adolescenti? Non sono favorevole. Sono favorevolissimo».

La posizione di Ammaniti, che pure accoglie con entusiasmo l’indirizzo politico del centrodestra, si scontra però con un’obiezione pratica, quella della fattibilità. «Perché noi inseriamo limiti, ma chi controlla che vengano applicati?», si chiede il professore, ricordando come l’attuale soglia dei tredici anni – quella imposta dalle stesse piattaforme per adeguarsi alle normative Usa – venga sistematicamente aggirata. La proposta, insomma, rischierebbe di restare lettera morta se non si imparasse la lezione dall’estero. Ammaniti guarda all’Australia come a un modello virtuoso: laggiù, assegna la responsabilità non ai singoli adolescenti o alle loro famiglie, ma alle società che possiedono le piattaforme, costringendole a farsi garanti del controllo. È una differenza non da poco, se si considera che in Italia si discute contemporaneamente di un emendamento al dl Pnrr che consentirebbe ai ragazzi dai quattordici anni in su di accedere ai documenti digitali ufficiali, come il portafoglio digitale It-Wallet.

Se le armi del diritto mostrano crepe sul piano dell’efficacia, i dati citati dallo psicanalista dipingono un quadro clinico che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. «Una ricerca internazionale, fatta negli Usa, dimostra che se nel 2015 solo il 23% degli adolescenti passava ore e ore a interagire via social, nel 2023 addirittura il 46% era sempre collegato». L’avvertenza di Ammaniti, in questo senso, non è solo sociologica ma squisitamente neurologica. Richiamando una sperimentazione norvegese ormai chiusa, dove l’uso libero dei tablet nelle scuole portò a «difficoltà cognitive rilevanti» e all’incapacità di seguire la trama di un film, il professore sottolinea come l’esposizione precoce alteri i ritmi cerebrali. Non si tratta, avverte, di un semplice cambio di abitudini, ma di una mutazione profonda della capacità di attenzione e della coordinazione occhio-mano, tanto che Oslo ha dovuto reintrodurre carta e penna tra i banchi.

«Una giungla pericolosissima» e la responsabilità delle piattaforme

Dentro questa giungla digitale, che Ammaniti definisce senza mezzi termini «pericolosissima», la posta in gioco è la salute mentale di una generazione intera. Lo psicanalista non lesina riferimenti a fatti di cronaca che hanno scosso l’opinione pubblica, inclusi episodi di violenza estrema come il ragazzo che voleva fare una strage a scuola o l’accoltellamento di un’insegnante. La sua lettura, però, scagiona le ideologie e incolpa il meccanismo: «Spingono su contenuti estremi per attirare i ragazzi e generare loro dipendenza». Il meccanismo è perverso, spiega, perché le piattaforme hanno imparato a sfruttare la naturale fragilità della pubertà – quel bisogno fisiologico di riconoscimento e approvazione tra pari – per accalappiare utenti con messaggi violenti o autolesionisti come «uccidi l’amico» o «suicidati».

Il nodo, per Ammaniti, è che mentre la politica discute di alzare le pene per i minorenni – e nella bozza di legge si parla di sanzioni amministrative per i genitori -8 – si perde di vista l’obiettivo principale: proteggere i ragazzi invece di punirli. «Dovremmo essere più protettivi verso i giovani e mettere sotto accusa le piattaforme», ribadisce il professore, sottolineando che la vera riforma dovrebbe partire dalla scuola e dalle famiglie, non dal codice penale. La proposta, sebbene appoggiata da chi come il ministro Valditara vede nella stretta un argine necessario, trova nella concretezza tecnica il suo scoglio più duro. Come noto, l’opposizione critica il metodo definendolo inefficace, mentre gli esperti di digital right avvertono che l’identità digitale per i minori potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per la privacy.

Il controllo parentale e la sfida della verifica anagrafica

Ma cosa prevede, esattamente, la bozza su cui si sta lavorando? Al di là delle dichiarazioni di intenti, il testo ipotizza l’introduzione di sistemi di controllo parentale obbligatori. Non si tratta più di un consiglio, ma di un obbligo tecnico: i produttori di device e i gestori di rete dovranno attivare profili dedicati ai minori già in fase di configurazione, con filtri per i siti e limitazioni alle chiamate e alla messaggistica. L’obiettivo è rendere i divieti meno «accademici», ovvero meno facili da eludere con una semplice autodichiarazione di età falsa. Tuttavia, anche qui Ammaniti pone un interrogativo etico e pratico: se la responsabilità finale ricade ancora sulle famiglie, rischiamo di riproporre lo stesso meccanismo fallimentare attuale, dove i divieti esistono ma nessuno li fa rispettare.

Il riferimento alla Norvegia, in questo contesto, diventa una sorta di spauracchio pedagogico. L’aver lasciato i ragazzi liberi di navigare, racconta Ammaniti, ha prodotto una generazione che fatica a leggere pagine intere o a comprendere il filo logico di un film. È un cortocircuito cognitivo che si riflette anche nella vita emotiva: «I rapporti sono via via più disincarnati», spiega. Al tablet, i ragazzi perdono la capacità di sperimentare le emozioni forti e di decodificarle, finendo per essere manipolati da algoritmi che spingono solo sugli estremi. Per il professore, servono scuole a tempo pieno, attività sportive e laboratori; in sostanza, luoghi fisici dove ricostruire quel contatto umano che lo schermo ha eroso.

Identità digitale e i limiti di un divieto puro

Mentre il dibattito si infiamma anche tra i lettori, come testimoniano le mail arrivate in redazione dove si chiede allo Stato di aiutare i genitori «lavandosi le mani dalla politica dell’odio», la macchina legislativa prova a trovare una quadra tecnica. Da un lato c’è la spinta a utilizzare l’identità digitale (l’emendamento al dl Pnrr prevede che già a 14 anni i ragazzi possano esibire documenti come la patente in formato digitale) per certificare l’età, dall’altro c’è la consapevolezza che qualsiasi muro digitale, se non accompagnato da un cambio culturale, verrà scavalato. E Ammaniti conclude con un appello diretto ai genitori, invitandoli a non sottovalutare i rischi: «A 10 anni ci sono bambini che già entrano in siti pornografici. Tanta violenza. Significa influire negativamente sulla sessualità e lo sviluppo».

In attesa che il disegno di legge completi il suo iter, l’Italia guarda all’Europa. Mentre la Francia ha già approvato restrizioni simili in prima lettura e l’Australia vieta i social fino ai 16 anni, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni (la cui rielezione ormai datata non costituisce più elemento di novità) cerca di bilanciare la protezione dei minori con il rispetto della privacy, evitando soluzioni troppo invasive come il riconoscimento biometrico. Quello che appare chiaro, dalle parole di Ammaniti, è che il problema non è solo il cellulare in sé, ma ciò che esso rappresenta: un tunnel nero da cui i ragazzi escono «più ansiosi con minori facoltà cognitive e più fragili». E proteggerli, conclude, è l’unica vera urgenza.

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